...in diretta sarà ospite della trasmissione "Piazza Grande" il nostro Presidente, Avv. Andrea Coffari per approfondire la tematica violenza all'infanzia. Molto probabilmente il suo intervento avverrà dopo le 12,30. (Download filmato.... circa 70 MB)
Come presidente di Sos Infanzia affronto quasi quotidianamente testimonianze di abuso subito durante l’infanzia. Mi sono abituato ad ascoltare, leggere testimonianze sempre diverse e sempre sconvolgenti. A volte con grande impegno emotivo faccio entrare nella mia mente le vicende più penose, più insolite. Ho imparato che la quotidianità di una parte dell'infanzia, la quotidianità per il 30% dell'infanzia, è fatta anche di violenza. Noi del Movimento per l'Infanzia siamo solidali con le famiglie delle vittime coinvolte e ci sentiamo vicini alla sofferenza di quei Bambini. Dopo il caso dell’asilo di Roma, sono pervenuti molti interrogativi su come sia possibile che adulti preposti alla tutela e alla protezione di quei bambini a loro affidati (pensiamo solo al fatto che sono passati mesi dalle denunce dei presunti abusi al momento in cui hanno allontanato i presunti abusanti) abbiano disertato il ruolo che spetta ad ogni essere umano: quello di sentire che la propria umanità e la propria dignità esigono la protezione del più piccolo e del più debole, almeno nel contesto socio-educativo. Questa vicenda, ma certamente non solo questa, dimostrano che questo tipo di indifferenza, ignoranza nel concepire cosa sia l'interesse superiore del Bambino e non quello dell'adulto, è non solo possibile ma frequente. Purtroppo. Mi sono spesso occupato di questo aspetto nei miei interventi, conferenze, incontri, nei miei scritti ed oggi per molti nostri utenti ho dovuto riaffrontare tale questione. L’omertà,
il silenzio
, l’indifferenza , l’insensibilità degli organi preposti, di chi vive accanto agli accusati o ne aveva diretta responsabilità, di chi vede e fa finta di niente, di chi potrebbe fare ma preferisce lavarsene le mani, sono ingredienti costitutivi della violenza e della sua riproduzione non solo nella famiglia, ma più in generale nella società, nella scuola e nella storia. Senza l’insensibilità della popolazione, senza il suoatteggiamento di diniego e di rimozione di fronte alla violenza all’infanzia in qualsiasi parte del mondo, non ci sarebbe il turismo sessuale, senza l’insensibilità e l’incapacità di ascolto empatico da parte di buona parte della comunità adulta nei confronti dei bambini non ci sarebbero violenze intrafamiliari che durano decenni, senza l'omertà e l'indifferenza l'agenzia educativa più importante che è la scuola isolerebbe e allontanerebbe subito un insegnante anche solo sospettato di simili nefandezze; senza le coperture di chi vive accanto a questi criminali non ci sarebbero coinvolgimentidi centinaia di bambini da parte di organizzazioni criminali pedofile senza che nessuno se ne accorga e senza che nessuno faccia niente. Se non comprenderemo questo, se anche questo "caso" non riuscirà a scuotere le nostre coscienze, se le timide dichiarazioni di personaggi famosi tese a "garantire" l'adulto non ci apriranno gli occhi verso un mondo di bambini violati, offesi e non ascoltati e protetti, saremo condannati dalla nostra stessa ignoranza a rivivere il perpetuarsi di queste drammatiche realtà sui nostri figli e sui figli dei nostri figli. La vera prevenzione parte da questa consapevolezza: 1 bambina ogni 5 in Italia è vittima di violenza sessuale, 100.000 sono le vittime ogni anno in Italia e di queste solo l'1% viene denunciato, non esistono isole felici e la pedofilia è un fenomeno trasversale a qualsiasi ceto sociale. Le nostre esperienze, i dati in nostro possesso, le migliaia di testimonianze ricevute evidenziano l'incapacità di larga parte del mondo adulto di affrontare la violenza all'infanzia soccorrendo e tutelando le vittime ed anzi, spesso, il garantismo adultocentrico riservato al presunto abusante non permette l'assistenza adeguata, tempestiva e soccorrevole alla vittima. L'adulto è strutturato per difendersi anche da un'ingiusta accusa mentre il bambino, anche se "mistificasse" la realtà, come si sostiene spesso da parte dei presunti abusanti, ha assolutamente bisogno di trovare, sempre, adulti che rappresentino la tutela, sociale, istituzionale e familiare che sia effettivamente dalla parte di questo "interesse superiore" enucleato nei principi giuridici e normativi della nostra evoluta società. In questo specifico caso, come in altri, assistiamo invece da un lato il Gip che sostiene che i bimbi sono credibili e dall'altro una parte dell'informazione, anche Rai, che tende a sostenere la tesi della montatura. Noi non facciamo processi a nessuno, siamo assolutamente contrari ai processi di piazza o mediatici perché riteniamo che il presidio della legalità sta nelle Istituzioni preposte. Ma quale credibilità diamo alle nostre Istituzioni e soprattutto che fiducia diamo a quei bambini, traditi prima da adulti criminali (secondo la loro versione ritenuta credibile dalle Istituzioni) ed ora rinnegati anche da un'informazione che non apporta alcun significativo contributo di approfondimento e che invece allude e sostiene tesi di diaboliche montature a danno degli adulti? I bambini vanno sostenuti, aiutati, ascoltati, non intimoriti. Lo sappiamo bene: è più facile credere che un adulto, più o meno famoso, più o meno importante, sia vittima di odiose montature piuttosto che un bambino sia vittima di violenza sessuale. E' più comodo, impegna meno la nostra coscienza il nostro pensiero, il nostro quieto vivere. A sostegno di questo concetto l’informazione mediatica veicola affermazioni dei “maestri di pensiero” di turno, come quella di “nonno Libero” – Lino Banfi – che si è augurato che sia tutto una fiction. Possiamo quindicontinuare a narcotizzarci con l'idiozia di turno che la televisione ci propina rimanendo "increduli" verso chi "tocca" questi nostri piccoli oppure conoscere per capire, ascoltando e leggendo ad esempio le perizie degli esperti professionisti che hanno ascoltato i bambini. Io ritengo che se desideriamo veramente prevenire e capire abbiamo urgente necessità di approfondita e competente informazione. Un'informazione che dia voce alle centinaia di migliaia di vittime, finora relegate all'anonima ed inascoltata sofferenza, e che smetta di veicolare per il mondo voci adultocentriche, come quella di uno sparuto gruppo di imbecilli che proclamava la presunta costituzione di un partito pedofilo
mai nato. Una
corretta informazione che non si adegui alla moda di assecondare chi grida più forte o chi è più famoso o importante ma che sia cassa di risonanza di reali ed urgenti problemi sociali vissuti e sentiti dalla collettività, in particolare quando sono rappresentati dai soggetti più deboli ed indifesi. Ora basta con le ambiguità, le timidezze, le trascuratezze: siamo stanchi di constatare che non c'è alcun segnale di investimento e approfondimento serio nella prevenzione di questi drammi. Non bastano i volontari, ma tocca ad ogni adulto impegnarsi perchè le leggi siano applicate e migliorate, le pene scontate, programmi di intervento nelle scuole di ogni ordine e grado, formazione ai genitori, agli operatori ed educatori che si occupano dei nostri figli. Quanti saranno disposti a fare marce, cortei e proteste collettive per questo? Ahimè temo
la risposta. I
nostri figli, il nostro futuro hanno bisogno di riconoscersi in modelli di riferimento espressi da adulti capaci di scelte forti e coraggiose non da qualunquisti o peggio ancora da ipocriti opportunisti.
Il 5/10/2006 Radio Rai (Rai Uno) dalle 15 alle 16, come tutti i giorni, va in onda “ho perso il trend” un programma che si definisce di approfondimento, di costume e società. Conducono “Ezio Luzzi ed Ernesto Bassignano. Seguo la trasmissione radiofonica ed ascolto quanto registrato in questo clip audio (tra l’altro fanno pure confusione con la nazione in cui si è verificata il dramma di Natascha che è l’Austria non la Danimarca)
L' 8/10/2006 invio loro per email quanto segue:
Carissimi Bassignano e Luzzi,
vi seguo spesso e molte volte mi avete accompagnato in deliziose e sottili ironie sulle vicende sociali che viviamo. Nella puntata del 5 ottobre scorso però mi avete profondamente deluso. Con molta sincerità ma con altrettanta franchezza e determinazione desidero comunicarvi il mio disagio nel sentire la vostra ilarità espressa nei confronti di una tragedia umana, quella di Natascha, che sono convinto meriti rispetto. Sono presidente di S.o.s. Infanzia Onlus, un’associazione di volontariato che ha tra i suoi obiettivi statutari la finalità di rappresentare i diritti, spesso violati, dell’infanzia. Lo so bene, la violenza dell’uomo sull’uomo, a maggior ragione quella sul bambino, non è convincente. Soprattutto nelle sue forme più distruttiveproduce incredulità, genera dubbi, eccede
la pensabilità.Dopo la sconfitta nazista le popolazioni tedesche attorno ai lager, prima di essere costrette con la forza dalle truppe americane a visitarli, pensavano che i forni fosseroun’invenzione. Il caso di Natascha non convince perché facciamo molta fatica a pensare cosa può provare una bambina nelle mani di un adulto che la sequestra, la isola dal mondo, la condiziona e la vincola, nel corpo e nella mente, ponendosi come padrone, come maestro, come genitore, come amante.E’ arduo pensare a cosa può fare un adulto ad una bambina che egli può controllare per anni, giorno e notte, usando le più svariate tecniche e tattiche dalla costrizione alla seduzione, dalla minaccia alcoinvolgimento affettivo, dalla punizione alla concessione.
Non convincono molte informazioni che Natascha ha fornito sulla propria vicenda. C’è difficile accettare che il racconto delle vittime sia confuso. Che non sia lucido e razionale e che ci tolga così ogni ombra di dubbio sulla sua veridicità.
In realtà le persone che subiscono pesanti torture e lunghi sequestri, le donne vittime di violenza domestica e i bambini vittime di maltrattamenti ed abusi, in altri terminile vittime di un “trauma complesso” (J. Herman) non possono essere del tutto convincenti nei loro racconti, perché hanno in qualche modo bisogno di convincersi loro stesse che non è interamente accaduto ciò che è accaduto.
Non convince l’intervista di Natascha alla TV:la ragazza si pone come fortee come sorridente. Non convincono le vittime,quando fanno le vittime, cioè quandosi difendono dal ricordo, “esso stesso traumatico” (Primo Levi), quandominimizzano o negano le pagine più umilianti della violenza subita, quandocercano di far leva sulle risorse di apprendimento e di adattamento con cui hanno fatto fronte ad una situazione disumana, quando scelgono di puntellare la propria immagine ferita, entrando nella realtà virtuale della TV, che peraltro, nel caso di Natascha,è stata per lunghi anni l’unica finestra sul mondo in una stanza senza finestre.
Natascha dichiara di essere stata più forte del suo rapitore. Si difende dalle domande cheriguardano la relazione con il suo rapitore e rischiano d’avvicinarsi al ruolo attivo con cui necessariamente ha cercato di sopravvivere adattandosi al dominio che incombeva su di lei. S’indigna quando viene a sapere che è stata mostrata la verità angosciante del luogo angusto ed opprimente della sua prigionia.
Le rivelazioni di Natascha lasciano perplessi: com’è possibile che usciva ogni tanto con lui, che èandata almeno una volta in vacanza e poi dice che non riusciva a scappare?“Prima si poneva come moglie e poi dice che tutto la terrorizzava” (Corriere della sera). Ora voi, nella vostra trasmissione, ironizzate sull’ipotesi che siano spuntati persino video con chissà quali orge.
E già, potrebbero convincere vittime ideali che riuscissero a contrapporsi al loro aguzzino,tanto maggiore è la pesantezza dell’aggressione patita. Come sarebbe bello e facile prendere sul serio e sostenere vittime di questo tipo. Non contaminate dalla violenza e dall’impotenza a lungo patite. Nonpossiamo tollerare invece le vittime reali, che manifestano un’ambivalenzatra amore e odio nei confronti dell’abusante, le vittime che sono costrette a ricorrere ad una scissione tra la componente di ribellione e la componente di sottomissione.
Quanto è penoso e difficile mettersi nei panni sofferti e impotentidelle vittime. Loro lo intuiscono. Per questo hanno poco voglia di aprirsi autenticamente. Quanto è duro capire che per Natascha (come succede ai bambini e alle donne vittime di violenza domestica) la prigione mentale era maggiormente paralizzante di quella reale.
Ci sono centinaia di migliaia di minori che circolano liberamente e che sono nel contempo sequestrati nelle loro famiglie e sottoposti a violenze di vario genere, psicologico, fisico e sessuale, anche qui da noi in Italia.Questo dato non può emergere né dalle statistiche ISTAT, né da quelle giudiziarie. La gran parte di queste violenze rimangono avvolte nel segreto e nel silenzio, non segnalate né ai servizi né alla magistratura.
Questo dato emerge invece dalle interviste retrospettive, eseguite su campioni di popolazioni giovanile a cui si chiedono informazioni in via confidenzialeed anonima sulle esperienze vissute nell’infanzia, come abbiamo fatto noi a Vicenza con un monitoraggio nelle scuole nel 2005.
Carissimi Bassignano e Luzzi, sapete cosa è emerso da questa nostra indagine? Che il 17% dei nostri figli ha dichiarato di avere subito violenza sessuale durante l’infanzia.
Sono minori che hanno una loro vita sociale, vanno a scuola e frequentano diversi ambienti. Ma non parlano, perché hanno un vincolo di paura, di dipendenza, ed anche di affetto nei confronti del loro violentatore, perché hanno sviluppato, come Natascha,la sindrome di adattamento all’abuso: il bisogno di sopravvivere ad una situazione familiare che appare senza via d’uscita e una dilagantesfiducia in se stessi e nella possibilità comunicativa.
La voglia di parlare nella vittima c’è, ma la voce può fermarsi in gola, come succedeva a Natascha.Non parlano perché la comunicazione inizia non già dalla bocca di chi parla, bensì dalle orecchie di chi ascolta, cioè dalla disponibilità dell’ascoltatore a soffermarsi sui segnali di disagio del bambino. Una disponibilità all’ascolto - di tempo, di condivisione, di vicinanza emotiva - che risulta socialmente assai scarsa nella comunità adulta. Ed anche questa vostra “battuta” su Natascha non migliora e non facilita la sensibilizzazione sociale sul modo di rapportarsi all’ascolto di queste vittime.
Carissimi Bassignano e Luzzi, dal profondo del cuore vi esorto a non banalizzare situazioni e drammi vissuti dai bambini come Natascha perché vi posso assicurare checondividere quel dolore, capire quella sofferenza di rielaborazione dei traumi subìti significa riuscire a fare un viaggio di andata e ritorno nell’inferno della malvagità umana. E di questo e su questo c’è ben poco da ironizzare.
Ve lo chiedo non per me ma per i terzi che tentiamo di rappresentare, ve lo chiedo per quell’infanzia violata che grida nell’indifferenza di un mondo adulto che preferisce schernire e irridire piuttosto che comprendere e condividere. Nello stile che vi contraddistingue, credo siano doverose le scuse da parte vostra. Io posso fare ben poco, ma voi avete a disposizione un mezzo, la radio, che veicola possibilità di rinnovamento culturale e sociale che può stimolare riflessioni ed approfondimenti tematici sui valori etici universalmente riconosciuti, primi fra tutti quelli dei più piccoli ed indifesi.
Il coltello può essere usato per tagliare il pane o per uccidere, dipende dall’uso che ne facciamo. Anche della radio, fatene buon uso.
Il 9/10/2006 mi rispondono durante la loro trasmissione quanto registrato su questo audio clip!
Sono rimasto senza parole....quindi lascio la parola, anzi lo scritto, al nostro presidente per un suo commento su questa vicenda.
"poscia, più che ‘l dolor, poté il digiuno." (nono cerchio dell'Inferno - Canto XXIII v. 75)
I figli (in realtà, due nipoti e due figli) del Conte sono ormai morti; ma che cosa significa "il digiuno poté più che il dolore"?.La fame prolungata vince il dolore e Ugolino si ciba delle carni dei figli per sopravvivere. Il digiuno può causare sofferenze e dolore più della morte? E' questo che Dante induce a far pensare. Effettivamente, riflettendo, la morte è un evento irripetibile, finale, conclusivo. Per quanto traumatica, inaspettata, sofferta, tragica abbiamo, tutti, un'unica possibilità di sperimentarla. Il digiuno invece può essere molto più atroce e terribile. Il digiuno ci può perseguitare, lacerare consumare fino a quell'ultimo giorno, fino a quell'unico evento irripetibile.
La metafora con il digiuno affettivo non è poi così scontata ma nemmeno assurda, anzi: ritengo che l'immagine dantesca di ciò che può causare il digiuno sia straordinariamente associabile al digiuno affettivo che vivono le vittime di violenza all'infanzia.
Sono in questo caso quelle che non hanno potuto rielaborare il trauma, che non hanno trovato un qualsiasi adulto di riferimento "soccorrevole", adulti che hanno causato questa morte emotiva.
Ma come se non bastasse la violenza, il dolore per la morte dei bambini uccisi dalla furia caina, dobbiamo assistere all’indecorosa ingiustizia che infanga la memoria dell’infanzia. E’ notizia recente: il cosiddetto “mostro di Foligno” ottiene uno sconto di pena. Ha ucciso due bambini, reo confesso,
mai pentito. Il
padre di uno di quei bambini, il caro amico Luciano, mi dice che il carcere è l’unico posto in cui quell’assassino potrebbe essere protetto dalla sua ossessione che lo porterebbe ad uccidere ancora se liberato. Ma l’indulto, che si diceva non doveva interessare i pedofili, decurterà la pena anche di questo assassino. Ancora una volta le aspettative sacrosante del diritto delle vittime, o alla loro memoria, vengono rinnegate dagli adulti. Dov’è la certezza della pena in tutto questo? Che giustizia è mai questa che fa sconti di pena ad un assassino di bambini? Come potrà mai esserci pace senza giustizia?
Anche in questo caso l’allegoria con
la rappresentazione Dantesca
mi porta a riferirmi ad un’altra protagonista:
la fame. La
fame incombe su tutta la parte del XXIII Canto.
La fame, fame di verità, fame di giustizia, fame di comprensione, di rispetto, di pace.
E’ necessaria una giustizia umana, foriera di pace sociale capace di rispondere ai reali bisogni dei più piccoli ed indifesi. Bisogni di tutela, di protezione e dipene certe e scontate per chi si macchia di orrendi crimini sull’infanzia. Ritenere che tutto sia relativo e cioè lasciarsi condurre da qualsiasi vento di politica o di pensiero, significa non riconoscere nulla come assoluto ed inviolabile e che lascia libero arbitrio e spazio all’unico ed egoistico controllo il proprio io ed i suoi desideri o interessi. Risulta comunque assolutamente inspiegabile che la giustizia umana conceda sconti pena a chi ha violato e ammazzato dei bambini.
Quei bambini, sono stati nuovamente violati da un sistema che non riconosce il valore dell’innocenza come assoluto e superiore a qualsiasi logica adulta. Il palazzo è sempre più lontano dalla voce della collettività, legiferando ed amministrando con criteri adultocentrici. Se non saremo capaci di rinnovarci riaffermando i valori fondamentali, etici, cristiani e morali, se non riusciremo a saziare la fame di giustizia e di pace delle vittime o dei loro familiari che li piangono, sarà vano qualsiasi tentativo di sana ed equa società. La politica che non ascolta i bisogni dei cittadini è una politica senza futuro.
Venerdì 26 maggio 2006, ore 13.00 va in onda il TG2 che presenta tre servizi uno dietro l'altro: il primo su Denise Pipitone, il secondo su Erika De Nardo e il terzo sul delitto di Cogne, circa mezz'ora dopo il TG1 presenta una ricerca dell'università di Torino sui giovani.
Cosa abbiamo imparato da queste notizie e approfondimenti che riguardano bambini e giovani che la Rai ci ha proposto non senza una certa enfasi?
Vediamo di capire e di analizzare nel merito i contenuti dei servizi: Il servizio su Denise riferiva sull'ennesimo campo di indagine che è stato avviato questa volta a carico dell'ex fidanzato della sorella di Denise, riguardo ad Erika, a parte la partita di pallavolo, non c'era neppure la scusa di una pseudo notizia da riferire e relativamente a Cogne la rilevanza del servizio era del tutto nulla visto che si è parlato dell'ennesiomo sopraluogo che non ha portato ovviamente a nulla.
Leghiamo a questa iniziale analisi critica anche il servizio del TG1 sul mondo dei giovani che ci restituisce un'immagine edulcorata quanto falsa dei giovani italiani, cui le principali questioni sembrano essere le vocazioni o il desiderio di sposarsi di avere figli o di impegnarsi per "sfondare nel mondo del lavoro".
L'informazione sui fatti di cronaca nera riguardante i bambini, al quale si aggiunge la ricerca sui giovani risulta essere una pericolosa miscela mediatica che deforma la realtà anzichè raccontarla, che tende ad addormentare la coscienza di chi ascolta anzichè sollecitarla, che sembra finalizzata a distogliere, anzichè richiamare, l'attenzione dalle autentiche e drammatiche questioni che affliggono i bambini e i giovani.
I servizi del TG2 (Cogne, Erika e Denise) erano basati su tre non-notizie; la realtà è che questi casi sono ampiamente strumentalizzati dalle televisioni per fare audience, sono diventati uno spettacolo fine a se stesso, un racconto che si svolge nel tempo alla stregua di un reality show e che fa leva sulla meschina tendenza dell'uomo a far prevalere la morbosa curiosità sulle tragedie altrui anzichè sentimenti quali la solidarietà e l'impegno.
Il serivzio del TG1 completa l'opera di disinformazione non tanto per quel che dice, ma soprattuto per quel che non dice, infatti l'Università di Milano (come abbiamo tante volte ricordato in queste pagine) ha svolto nel 2001 una ricerca sui giovani di ben altro spessore e interesse a conclusione della quale si rivelava che più del 15% dei giovani intervistati affermava di essere stato vittima di violenze durante l'infanzia.
Perchè la ricerca di Torino, una bella ricerca ma tutto sommato poco interessante, è stata oggetto di un importante servizio e la ricerca di Milano è stata completamente ignorata dai media?
Tiriamo le somme dei due infelici telegironali: la cronaca nera specie se riguarda i bambini diventa gossip nero, vengono spese ore in servizi, notizie, approfondimenti concentrati su due o tre casi, mentre viene del tutto ignorata la "questione infantile" quale fenomeno sociale, che imporrebbe una riflessione attenta sulla società italiana e sulla sofferenza, sul disagio di centinaia di migliaia di bambini (italiani) il cui doloroso destino viene regolarmente passato sotto silenzio a favore invece della sovraesposizione, fino a sfiorare la voglarità, di singoli casi sui quali veniamo periodicamente e con assiduità aggiornati con delle non notizie.
Perché?
C'è forse un regista occulto dietro la deformazione della realtà?
C'è una strategia dietro la volgare strumentalizzazione del dolore dei bambini nell'uso della televisione anche negli spazi giornalistici e di approfondimento?
Non credo, penso invece che ci sia un generale adattamento, una tacita omologazione ad una sorta di felice e stolto disimpengo che ha attraversato tutta la società italiana negli ultimi 15/20 anni e che ci ha portato ad una preoccupante decadenza tanto che oggi accettiamo con leggerezza ciò che pochi anni fa avrebbe disgustato chiunque.
Ho intitolato questo intervento "appello ai giornalisti" perchè sono loro che possono scegliere se essere i migliori guardiani del più profondo "sonno della ragione" di un popolo oppure diventare le sentinelle che sanno svegliare le coscienze.
Lettera aperta ai direttori dei quotidiani nazionali
Egr. direttore, in merito alla vicenda della fotografia pubblicata nel Gazzettino del neonato morto, ucciso dalla furia caina di un criminale, desideriamo intervenire nel quotidiano da lei diretto per esprimere alcune considerazioni. Accade ora, come spesso succede, che vi sia una levata di scudi da parte di molti che intendono, sicuramente in buona fede, esternare indignazione quando un fatto violento viene rappresentato dai massmedia con immagini, cronache e resoconti giornalistici che sembrano (o sono) lesivi dei codici deontologici o delle normative in materia di tutela dei minori. Nellambito delle nostre attività statutarie, quotidianamente ci occupiamo di evidenziare nel nostro sito internet gran parte delle notizie che la stampa nazionale riporta per quanto riguarda il disagio, labuso, il maltrattamento e la violenza che vede i minori come vittime di reato. Negli ultimi 4 anni abbiamo evidenziato che raramente, o forse mai, ci si indigna per quanto avviene quotidianamente e non assistiamo ad una giusta e sacrosanta presa di posizione, nei fatti, a favore dei bambini che, ad opera di adulti criminali e molto spesso appartenenti alla cerchia parentale, vengono strumentalizzati, molestati, violentati ed uccisi. Tutte le ricerche serie in tal senso riportano dati allarmanti ai quali nessuno fa caso, come ad esempio che 1 bambina ogni 5 è vittima di violenza sessuale. Questo accade tutti i giorni, qui in Italia, qui nel Veneto, nelle nostre città ed è trasversale a qualsiasi ceto sociale. Capita oggi che lo sdegno, la rabbia sia rivolta verso la pubblicazione di una foto e come sempre si vuole creare il caso, quasi a suffragare la persistente convinzione che quel bambino ucciso è la sfortunata e unica vittima di un raro caso di folle violenza oltre il quale e al di là del quale esiste una popolazione di bambini sufficientemente felici e protetti. Certo, forse la scelta di pubblicare quella foto non è da considerarsi esemplare ma voglio augurarmi che il Direttore abbia voluto stimolare lattenzione del lettore ad interrogarsi, a ricercare, e forse anche ferire il lettore con lacume di un dubbio, con lansia di una domanda, con lintelligenza di un approfondimento riflessivo. Voglio sperare che nellera del villaggio globale, del culto dellimmagine, limmagine appunto sia servita a rappresentare quanto la nostra collettività cerca di dimenticare, di allontanare da sé e cioè la paura, il mostro, lorco cattivo che uccide i bambini. Voglio pensare che quella foto pubblicata sia servita a scuotere le nostre coscienze assopite, narcotizzate dallorrore quotidiano che immaginiamo appartenere sempre al di fuori di noi, oltre di noi, lontano, così lontano da non essere parte di noi, della nostra società, dei nostri piccoli orticelli in cui ci sentiamo sicuri e tranquilli. Ma se di violazione della normativa si tratta, allora dovrebbero essere sottoposte ad attenta valutazione le cronache di tutti i quotidiani quando sistematicamente ed in maniera spesso subdola e sicuramente lesiva della dignità e del rispetto che alle vittime di violenza sicuramente si deve, riportano simili episodi. Ma credo che enfatizzando la scelta, se pur discutibile, di un direttore si tende a dimenticare che una vita umana, un piccolo neonato innocente è stato barbaramente ucciso. E che diamine! Questo è il vero dramma, questo è lo sdegno che ci deve trovare tutti uniti: mai più violenze, mai più bambini uccisi! Allora io esorto tutti, giornalisti e adulti in genere a farsi parte, a coalizzarsi con i fatti e non solo a parole non contro qualcuno ma per i Bambini. Purtroppo tra qualche giorno nessun giornalista parlerà di questa ecatombe della coscienza e prevedo pure che le persone che normalmente fruiscono dei mezzi di informazione, non leggendo e non ascoltando nessuna notizia per mesi di minori uccisi o violentati, si convinceranno che nella nostra società i bambini sono ottimamente tutelati e protetti da una rete di attenzione e solidarietà e di puntuale informazione diffusa e coerente. Poi accadrà, purtroppo fra qualche mese, che un bambino sarà vittima di qualche clamorosa violenza, adatta per diventare una truce telenovela, che sarà raccontata a tutto il popolo italiano fin nei minimi dettagli, per qualche giorno o qualche settimana (dipende dall'audience). Allora tutti ci stupiremo, piangeremo, parteciperemo al dolore con commozione e sdegno così come si fa quando si guarda un film triste, una telenovela strappalacrime, ma poi torneremo, magari dopo un paio di fiaccolate, a guardare qualche altro reality show. L'importante, caro Direttore, è non pensare, non riflettere, non sentirci responsabili, non sentirci coinvolti, l'importante è che la nostra commozione, il nostro sdegno i nostri sentimenti siano fini a se stessi e che magari trovino il capro espiatorio di turno. Allora anche il quotidiano di turno o il suo Direttore diventeranno i colpevoli sfogando su di loro la nostra rabbia le nostre insicurezze rendendo così impossibile che tutte le nostre meravigliose buone intenzioni si trasformino in pensieri e azioni di reale solidarietà e impegno verso i bambini, tutti i bambini che vivono l'incubo della violenza, della privazione, della negazione dei diritti fondamentali della loro personalità.
Da oggi è disponibile il nuovo modulo per l'iscrizione al Movimento per l'Infanzia. Nel menu di sinistra è possibile cliccare su "Iscrizioni - Adesioni" ed accedere al modulo da inviare online per l'iscrizione.
Sento l'esigenza, a conclusione di una lunga, estenuante e cattiva campagna elettorale, di sottolineare la completa assenza dalle dichiarazioni di tutti i politici, nessuno eslcuso, di parole, impegni o attenzione riferita al mondo dei bambini.
Abbiamo assistito a noiosissime discussioni incentrate solamente su rapporti economici, sulle tasse, sui conti pubblici, sui soldi. Se si dovesse interpretare la vita delle persone dalle parole dei politici verrebbe da pensare che l'unica cosa che interessa agli italiani, l'unico argomento che può convincere le persone ad orientare la preferenza di voto sia il danaro.
In questa campagna elettorale sono state dimenticate questioni di enorme importanza dalla cui soluzione dipende anche lo sviluppo economico e quindi un maggior benessere del paese, non ho sentito nessuno parlare del problema energetico, del mezzogiorno, della criminalità che, specialmente nel sud, soffoca l'imprenditoria, della ricerca scientifica e universitaria e, soprattutto, del mondo dei bambini.
I bambini per il mondo politico sono trasparenti, non esistono, tante volte è capitato ad esponenti del Movimento per l'Infanzia, compreso il sottoscritto, di denunciare pubblicamente un disagio diffuso, di esporre i dati della violenza ai bambnini che resta un fenomeno in gran parte sommerso, di sottolineare carenze e paradossi legislativi, di proporre interventi e soluzioni, ma il silenzio e l'indifferenza sembrano regnare indisturbati quando si parla del valore dell'uomo, del bambino, della sua sofferenza, perchè?
Credo che se il Moviemnto per l'Infanzia avesse potuto utilizzare solo un decimo delle risorse economiche, umane, mediatiche spese per la campagna elettorale per mettere a punto un programma di interventi istituzionali e legislativi a favore dei bambini avrebbe certamente cambiato il destino di tanti piccoli sfortunati che, indipendentemente da chi vincerà queste elezioni, rischiano di rimanere ancora per lungo tempo sullo sfondo di una società distratta, litigiosa e plutocratica, come piccoli uomini invisibili, perchè "non si vede bene che con il cuore" mentre l'egoismo, forse arricchisce qualcuno, ma rende ciechi tutti.
Che senso dare alla terribile tragedia del piccolo Tommaso?
Il 27 novembre 2005 a Torino si è costituito, con la partecipazione di varie associazioni italiane e persone che da anni si occupano di tutela dei fanciulli il “ Movimento per l’Infanzia” . Un movimento nasce solitamente dalla spinta centripeta di un’opinione collettiva che non sente rappresentate, nelle istituzioni o nelle associazioni, nuove istanze di progresso sociale. Le ragioni della nascita del Movimento per l’infanzia, se da un punto di vista storico coincidono con le modalità aggregative prima accennate, necessitano oggi di un’analisi diversificata. L’idea di fondare un Movimento, una grande coalizione delle associazioni, delle sensibilità, delle professionalità che si occupano a vario titolo della tutela dell’infanzia, nacque intorno agli anni 1999 – 2000 proprio sulla spinta di un’attenzione collettiva che sembrava un salutare vento di consapevolezza sociale destinato a risvegliare da un sonno secolare la coscienza degli adulti sul tema della violenza ai bambini. Erano gli anni dell’incredulità, dello scandalo, la notizia di un bambino vittima di violenza faceva discutere, faceva pensare, faceva riflettere. Il “villaggio globale” sembrava finalmente e una volta per tutte aver maturato l’idea di proteggere adeguatamente i suoi piccoli, la viva attenzione per il tema infanzia in generale lasciava ben sperare per un rinnovato impegno politico, culturale e sociale per una parte della popolazione così importante ma così invisibile. Così non è stato e lentamente il clamore dei primi anni si è trasformato in silenzio, lo sgomento si è inabissato sotto la traccia impalpabile della fretta di una società che corre troppo velocemente dietro alle mode, all’audience, al successo facile e immediato per potersi fermare a pensare e riflettere sulle grandi questioni quali il tema dell’infanzia. Oggi l’infanzia in difficoltà sembra non esistere più se non in qualche terribile fatto di cronaca nera, quale il barbaro assassinio del piccolo Tommaso, il cui resoconto giornalistico altre pretese non ha se non insistere sulla ripetizione spasmodica della notizia quale rituale mediatico fine a se stesso, non ci sono più domande da porsi, riflessioni da ponderare, cause da ricercare, in altre parole non esiste una “questione infantile” ma solo cronaca nera che sembra rassicurarci che la violenza sui bimbi si verifica solo in casi eccezionali: anomalia di un sistema sociale che vogliamo a tutti i costi immaginare protettivo nei confronti dell’infanzia. Oggi, paradossalmente, la trasmissione di una notizia sulla violenza inflitta ad un bambino, se non induce ad interrogarsi, a ricercare, se non ferisce l’interlocutore con l’acume di un dubbio, con l’ansia di una domanda, con l’intelligenza di un approfondimento riflessivo si trasforma in un messaggio positivo e rassicurante, induce lo spettatore, il cittadino del villaggio globale, il lettore a ritenere che “quel” bambino sparito, “quel” bambino ucciso è la sfortunata e unica vittima di un raro caso di folle violenza oltre il quale e al di là del quale esiste una popolazione di bambini sufficientemente felici e protetti. La morte di Tommaso, questa orribile furia caina dell’uomo su un bambino, non può risolversi nella superficiale strumentalizzazione dei media riducendone l’impatto emotivo nell’ossessiva ricerca della notizia inutile, delle emozioni da consumarsi in diretta, rischiando di rappresentare l’orrore, la morte, il dolore secondo i volgari canoni del reality show. Che senso dare allora alla terribile morte del piccolo Tommaso? Il senso, l’unico senso possibile è l’autentica ricerca della consapevolezza e della riflessione profonda sul tema della violenza ai bambini, presupposti necessari per sperare che un giorno questa nostra società così distratta e violenta abbia il coraggio e la generosità di sentirsi responsabile verso il mondo dei piccoli che oggi, secondo noi del Movimento per l’Infanzia, è drammaticamente trascurato. In verità tutti i giorni avvengono violenze inaudite sull’infanzia e buona parte di queste si consumano tra le mura domestiche, ma c’è un sordo rifiuto a considerare la sofferenza infantile sotto l’aspetto di un problema “sociale” esteso, grave e radicato nella nostra cultura disattenta ai problemi dei più piccoli e fortemente “adultocentrica”. Si parla con grande spendita di tempo energie e intelligenza di calcio, di sterile litigiosità politica, di macro economia, di moda, di cronaca rosa e gialla, ma, fateci caso, al di là del singolo caso di cronaca nera, non si parla di infanzia, del benessere dei fanciulli, delle loro esigenze, del loro bisogno di ascolto, di un futuro sostenibile e del diritto a vivere un presente sereno e armonioso, ma soprattutto non si parla della sofferenza dei bambini, del disagio, della violenza loro inflitta, della trascuratezza quale fenomeno di rilevante dimensione sociale. Un vero e proprio tabù. Ma allora esiste e in quale misura una “questione infantile”? Tutte le ricerche finalizzate a fare emergere il fenomeno sommerso della violenza a danno di fanciulli indicano una cifra che varia dal 15 al 25 per cento quale percentuale di ragazzi che dichiarano, rispondendo ad un questionario anonimo, di essere stati oggetto di gravi violenze fisiche o sessuali, (ricerca di Sos Infanzia nel 2005, ricerca Istituto di igiene e medicina preventiva Università di Milano 2001, ricerca del prof. Jèrome Laederach dell’Università di Ginevra 1999). Significa che in Italia circa due milioni di bambini su dieci, secondo le proiezioni di queste ricerche, sono stati oggetto di gravi violenze sessuali o fisiche; di questi casi solo lo 1% sono stati denunciati. Significa che in Italia ogni anno 100.000 bambini subiscono violenza e solo 1.000 sono le denunce. Nell’ultima ricerca compiuta da Sos Infanzia il 17% dei ragazzi ha dichiarato di essere stato vittima di violenze sessuali durante l’infanzia (si tratta di circa un milione di minori in Italia). Altre cause di sofferenze diverse, ma non per questo meno traumatiche, sono ad esempio gli incidenti stradali che rappresentano la prima causa di morte per i ragazzi dai 15 ai 29 anni, mentre la seconda causa di morte per gli adolescenti è il suicidio! Questo succede in Italia, oggi, adesso, e allora che senso dare alla lacerante morte di Tommaso se non avere il coraggio di aprire gli occhi e preoccuparsi davvero con generosità del mondo dei piccoli in difficoltà? Che senso diamo a quest’onda emotiva se non la utilizziamo per un impegno personale a favore dei bambini? Il resto, tutto il resto sono chiacchiere, grande fratello, volgare curiosità. Il dolore gratuito inflitto ai bambini lascia senza fiato, increduli, talmente increduli da rimanere indifferenti, inerti, impotenti e passare oltre sperando che qualcun altro, un giorno, possa risolvere una questione talmente dolorosa che diventa istintivo rimuovere e allontanare dalla nostra esperienza. Ecco che, purtroppo, il Movimento per l’Infanzia rischia di non essere più espressione di istanze centripete della collettività, così come si scriveva all’inizio, perchè oggi la sofferenza dei bimbi, il loro disagio, la sofferenza è un tabù che viene radicalmente negato e rifiutato, il Movimento per l’Infanzia è diventato un’anomalia, una sfida che anticipa i tempi, una operazione di sensibilizzazione politico/culturale in levare, ne siamo consapevoli, così come sappiamo però che la coscienza sociale dell’uomo è come l’onda e il suo riflusso, il silenzio, la distrazione di oggi prepara la prossima ondata di attenzione e interesse: è anche per realizzare quel momento che il Movimento per l’Infanzia è nato. E’ nato un movimento che come quel famoso chicco di grano tenta di far rinascere una coscienza che sembra morta e sepolta sotto le macerie di una civiltà che ha imparato a consumare le emozioni piccine davanti alla televisione e spettacolarizzare anche il dolore di un bambino, senza interrogarsi, senza pensare, senza reagire, senza pietà.
Novità: è on-line il documento di presentazione del Movimento per l'Infanzia, che illustra le attività svolte nel 2008 e i programmi per il 2009. scarica il documento
Novità:è on-line il TERZO numero della pubblicazione "Il Popolo dei Bambini" periodico trimestrale in formato pdf . scarica il giornalino