BAMBINI INVISIBILI LA VIOLENZA ASSISTITA INTRAFAMILIARE

    BAMBINI INVISIBILI

     LA VIOLENZA ASSISTITA INTRAFAMILIARE

Maura Ricci, Psicologa  –  Psicoterapeuta

 

 

 

<<  Un giorno una paziente mi disse: ”Ho deciso di chiederle aiuto perché sono una madre maltrattante e perché nella mia famiglia si litiga molto. Picchio mia figlia maggiore e sua sorella ci guarda così soffriamo tutte e tre; mio marito  ci ha lasciate anziché aiutarmi. E’ come se la storia della mia infanzia sia diventata la storia delle mie bambine anche se nella mia famiglia era mio padre a comportarsi male, proprio come me oggi: so che non va ma non riesco a trattenermi.  Ho sempre giurato a me stessa che mai mi sarei comportata come mio padre ed invece sono come lui quando mi picchiava e mio fratello e mia madre guardavano e tacevano. Per questo ho deciso di segnalare la  situazione di mia figlia  attraverso la scuola. Da sola non trovavo il coraggio per presentarmi qui. >>  (M.R.)

La violenza a cui i minori assistono tra le mura domestiche nonostante sia stata da tempo classificata tra gli abusi all’ infanzia replicati in maniera durevole, continua a non essere considerata nella sua completa accezione. Frequentemente minimizzata, la violenza assistita si configura attraverso l’esperire nella quotidianità qualsiasi forma di maltrattamento perpetrata a danno di una figura di riferimento affettivamente significativa per il bambino. La Violenza Assistita Intrafamiliare è inglobata nella sfera  della Violenza Domestica e assume una propria specificità all’interno di tale quadro.  Esperire una realtà quotidiana di per sé drammatica nega certamente alla prole la possibilità di uno sviluppo affettivo e relazionale armonico. Il bambino coinvolto in questa spirale perversa, si trova a dover essere presente al reiterato svolgimento di episodi di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale  perpetrata contro uno o più componenti della famiglia.

Nello scenario coercitivo, i protagonisti sono generalmente due figure adulte: la madre vittima di violenza  ed il coniuge o  un partner aggressivo. A volte le azioni maltrattanti si possono sviluppare attraverso modalità   che si correlano ad abusi fisici, psicologici e sessuali  compiuti su fratelli e sorelle del minore che assiste. Le coesistenze di complessità che ne scaturiscono sono tangibili e pertanto innegabili: il mal espletato ruolo genitoriale non consente di prestare  attenzione alla presenza dei figli ed è frequentemente possibile che alcuni di loro vengano colpiti soltanto per ferire maggiormente la figura genitoriale vittimizzata.

INFANZIA CHE VIVE IN UN CONTINUO STATO DI ALLARME

I segni del dolore e della sofferenza sono meno evidenti e clamorosi ma non per questo non ci sono. E sono profondi e duraturi, impressi dall’aver assistito direttamente o indirettamente alla violenza sulle proprie madri. (Save the Children).

Entro la cornice di violenza assistita, per l’infanzia che ne è coinvolta, si declina un dramma che si consuma giorno dopo giorno tra le mura domestiche. Lasciati a se stessi, ignorando la loro sofferenza senza alcuna forma di protezione e di sostegno adeguati, i figli sono esposti a elevate percentuali di rischio e di stress con reali conseguenze che si protrarranno per il resto della loro vita se non si interviene precocemente. La fascia infantile che assiste a tali dinamiche familiari presenta afflizioni che si accompagnano ad ingenti stati di angoscia non soltanto in relazione al qui ed ora ma  anche “al sapere che e al  prevedere che” determinate azioni accadranno  di nuovo.

 I genitori sono i primi a sottovalutare i danni delle sopraffazioni a cui la prole assiste. Molte madri picchiate quando vengono  sentite rispetto alla   possibile percezione che possono avere i figli  relativamente agli eventi conflittuali e maltrattanti, tendono difensivamente a rispondere che i bambini non sono presenti durante i litigi, o non avvertono nulla perché dormono,  sostengono che sono tranquilli perché tenuti al di fuori dalle relazioni conflittuali adulte.

Non solo vedere la violenza ma anche sentire ciò che sta accadendo in famiglia ha un impatto doloroso e confondente per i bambini che  colgono  la tristezza, la disperazione, il terrore sul volto della persona vittimizzata. Influenzati dalle condotte cruente a danno dei propri cari, nei bambini si rimarcano progressivamente vissuti di impotenza e l’ incapacità, propria della fase evolutiva, di comprendere  i termini degli agiti adulti. Equivocano le ragioni degli scontri fra i genitori, accordando al proprio inadeguato comportamento (“è colpa mia”) le motivazioni delle condotte colleriche. Il senso di colpa li spinge a pensare di essere parte in causa del problema, non riescono a distinguere o comunque a cogliere le reali cause che fanno scaturire il litigio. Tendono pertanto a reagire intensamente per evitare i drammi quotidiani impegnandosi a mettere in campo  le loro modeste strategie. Solitamente assumono  atteggiamenti volti a tutelare e mantenere integre entrambe le figure genitoriali. Alla base di questa impellenza psicologica  e in attinenza alle  emozioni provate, sono loro ad assumersi la responsabilità di intervenire sui genitori per prevenire l’insieme delle conflittualità adulte  che si tradurranno irreparabilmente in violenza. In particolare assumono un ruolo protettivo nei confronti dell’adulto che soffre e tentano di rabbonire, l’aggressore.

Nel coacervo domestico,  costantemente vissuto, i bambini possono riportare anche danni fisici diretti perché colpiti accidentalmente o perché spinti o picchiati quando cercano di difendere la madre e/o i fratelli.

Entro lo scenario della violenza accade anche che siano i genitori stessi ad indurre  sensi di colpa nei figli facendoli sentire responsabili dei loro litigi.

  Fra le mura domestiche questi bimbi sono molto taciturni, soprattutto in presenza della figura maltrattante: cercano di evitare di assumere qualsiasi atteggiamento che possa dar vita ad una lite. Non avendo la forza fisica necessaria, né le capacità di farsi ascoltare, preferiscono rimanere in silenzio, pensando che questa possa essere la soluzione migliore per evitare di incappare nelle trame dell’ ennesima crisi aggressiva.

La figura materna, assume una posizione particolare nella mente del bambino: colei che dovrebbe proteggerlo, non è quasi mai in grado di farlo, poiché lei stessa, per prima, si sente vittima e quindi bisognosa di aiuto, tantoché il bambino è indotto ad attribuirsi un ruolo protettivo nei suoi confronti. Anche nella madre maltrattata, tuttavia, così come nel figlio, si insinua il senso di colpa, che paradossalmente si manifesta attraverso strategie di raggiro nei confronti del bambino e quasi mai attraverso gesti affettuosi accompagnati dal  dialogo. Al contrario agiscono “comprando”, la sua paura e la sua omertà. Pur non rappresentando la regola, accade che, dopo una breve riappacificazione della coppia, molti genitori ricoprano di regali la prole, un gesto che per il bambino non rappresenta nessuna fonte di tranquillità emotiva, ma solo la mera illusione di quell’amore genitoriale tanto desiderato. Il meccanismo del regalo sottende, da parte dell’adulto, un gesto compensatorio alle incapacità di prendersi cura della prole.

Al silenzio coercitivo che viene vissuto dal figlio nel background familiare si contrappone tutta una serie di comportamenti  aggressivi nell’ambiente scolastico. Quasi sempre, di fatto, l ‘aggressività sociale è manifestata dal bambino fuori  dalle mura domestiche e rappresenta il rovescio della medaglia dei  comportamenti coattivi che è costretto a prender su di sé in famiglia. Lo stress che subisce, viene scaricato al di fuori del contesto abitativo, sotto forma di volgarità apprese nell’ambito familiare violento o di manifestazioni di aggressività fisica verso il  gruppo dei pari. Nel riprodurre il modello appreso in casa, agisce in maniera opportunistica  nei confronti dei compagni di scuola, ma anche nei riguardi degli insegnanti. Sono proprio questi ultimi che per primi dovrebbero intuire che tali atteggiamenti non fanno parte del temperamento dell’alunno, ma purtroppo, spesso questi segnali non vengono colti dai docenti, i quali si limitano a giudicare senza approfondire.

La contrapposizione delle condizioni esperite pone  il bambino in una posizione ambivalente: entra in un vicolo cieco, nessun aiuto esterno, a meno che non sia lui a chiederlo, cosa che non fa, sempre a causa della spirale di paura che lo avvolge.

 Durante i percorsi di crescita, l’infanzia sopraffatta da questa forma di crudele sofferenza, interiorizza  un modello educativo permeato da stereotipi di genere, coltivando nel tempo e  progressivamente la svalutazione della figura materna e il disprezzo verso le figure femminili o verso le persone percepite come più deboli.

Studiando  questa tipologia di afflizione infantile si rileva con ciclicità che, dopo la separazione dei genitori, nella prole, specialmente  se in fase adolescenziale, aumentano i comportamenti violenti verso madre e fratelli a loro tempo direttamente vittimizzati, poiché pongono in atto una sorta comportamenti vessatori in  sostituzione della figura paterna. Si trasformano progressivamente in offenders  per la pregressa trasmissione di modelli affettivi e relazionali deformati. Compaiono disturbi dello sviluppo  a livello emotivo e comportamentale come esiti dell’ assimiliazione dei modelli trasmessi.

Le ricerche in materia di violenza, rilevano una più alta incidenza negli adolescenti di comportamenti devianti e delinquenziali da esperienze avverse infantili: i maltrattamenti assistiti vengono considerati come una delle cause delle fughe da casa, del bullismo, della violenza nei rapporti sentimentali tra adolescenti. I comportamenti di reazione alle vessazioni indirettamente esperite ma anche direttamente subite,  possono culminare nel suicidio.

 

L’ATTENZIONE  SUI BAMBINI CHE ASSISTONO ALLE VIOLENZE SUBITE DALLA MADRE E’ COMPARSA SUCCESSIVAMENTE

 

Satir nel 1972 scrive : “Un bambino quando viene al mondo, non ha né passato né esperienza da cui trarre indicazioni per gestire se stesso, nessuna scala grazie a cui giudicare le sue capacità. Deve basarsi sulle esperienze che ha con le persone che gli stanno intorno e sui messaggi che esse gli inviano riguardo  al l suo valore come persona”.

Nella violenza assistita di genere in ambiente domestico, i soprusi  contro  le madri ed i bambini sono  straordinariamente diffusi nel nostro Paese. In questo ultimo decennio il fenomeno si è ulteriormente esteso e si rileva un elevato rischio di cronicizzazione. E’ a livello socio-culturale ed istituzionale, che si evidenzia maggiormente la dimensione della violenza che colpisce gli adulti  e  accade che resti sullo sfondo o in penombra il dramma vissuto dall’infanzia. La diffusione del contrasto alle prevaricazioni attuate a danno delle  figure femminili, ha probabilmente reso possibile l’emergere di una maggiore consapevolezza riguardo alla sofferenza infantile. Affiora prioritariamente, negli attuali profili adultocentrici, l’ attenzione sulle donne. Si parla molto di donne vittime di violenza, di femminicidio con descrizioni di maggior risonanza rispetto all’infanticidio o alla fascia infantile che assiste alla sofferenza ma anche alla morte della loro madre. Di fatto, dove c’è un bambino c’è una madre inglobata nel circuito di una sofferenza da sopraffazioni con tutte le problematiche connesse.

Gettando uno sguardo all’infanzia negata, non è difficile comprendere che l’attenzione primaria investe le figure  femminili, tuttavia nei centri antiviolenza vengono solitamente accolti anche i figli  insieme alle loro genitrici. Non si tratta della soluzione ideale poiché non tutte le madri accedono in tali centri. Spesso i minori di età vengono allontanati dalla figura materna prevedendo per loro l’ingresso in comunità educative. Si tratta di un’ennesima spaccatura emotiva per l’infanzia, una sorta di schizofrenia dirompente. Non è da omettere, anzi non ci si deve mai stancare di ripeterlo, che la sofferenza infantile è pervasiva per  le forti e devastanti emozioni provate: per tale motivo l’angoscia di un bambino è da porre in relazione al tema del dolore per la propria madre.  Realizzare un lavoro finalizzato ai  miglioramenti della figura di riferimento primaria in un contesto altro dalla famiglia, per la ricostruzione di un Sé familiare risanato e lontano dalla persona maltrattante, significa lavorare sulla recuperabilità del sottosistema madre – figlio (prevenzione secondaria) ove la diade può usufruire del sostegno di figure esperte. Si sconsiglia fortemente la separazione dei figli dalla loro madre laddove è possibile una presa in cura efficace per riconoscersi l’un l’altro, per esperire una sana reciprocità, per restituire un adeguato margine di serenità all’infanzia negata ed un ruolo appropriato alla figura materna..

E’ pur vero che, a tutt’oggi, carenti rimangono le possibili soluzioni di carattere preventivo e di presa in cura delle madri e dei loro figli rispetto all’entità del fenomeno. Si tratta di una criticità che non può essere sottovalutata e su cui è necessario attivare forme di aiuto precoci. L’investimento migliore per uscire dalla spirale della violenza è prevenirla ma è anche strettamente necessario far fronte alle contingenze.

I percorsi preventivi si protraggono nel tempo e debbono essere agiti con continuità ed efficacia soprattutto in questo momento storico ove la crisi della famiglia, le difficoltà nell’espletamento del ruolo genitoriale, gli schemi adultocentrici ed il progressivo aumento della violenza hanno aggravato la condizione dei figli.  Riappropriarsi di  modelli di pensiero e applicare  i riferimenti normativi  idonei,  rinnovando quelli obsoleti, è parte integrante di un impegno etico nei confronti dell’infanzia vittimizzata, una priorità tanto unica quanto impegnativa ed urgente, per poter finalmente far fronte  alle emergenze proprie delle multiformi tipologie di  sofferenza.

 Il non aver posto in essere, a tutt’oggi, forme di contrasto al fenomeno non ha soltanto privilegiato l’acuirsi della sofferenza, ma ha anche limitato o misconosciuto le indicazioni della comunità scientifica.

 

VICINI AD UN’ INFANZIA IMPERCETTIBILE

<<  Solo se un bambino ha sperimentato abbastanza le sicurezze, sempre uguali e costanti, ripetute nel tempo ,prevedibili e certe  come le onde del mare, o la stella polare, riuscirà a sentirsi sicuro anche davanti all’incertezza dei cambiamenti. “Bisogna avere delle certezze per affrontare l’incerto” diceva Bowlby parlando della famiglia come “base sicura” da cui un esploratore può partire. >>

                                                                                               da “ Il bambino lasciato solo “ Alba Marcoli, pp 194 , Oscar Mondadori)

 

La violenza assistita da maltrattamento sulle madri e sulle altre figure presenti in famiglia, può porre a grave rischio la vita del bambino anche prima della sua nascita. Dai dati di ricerca risulta che i figli delle donne maltrattate in gravidanza presentano esiti da sofferenza fetale.  Durante la gestazione la vita stessa della diade madre-figlio è messa in pericolo oltre a configurarsi attraverso la sofferenza fisica e l’afflizione della genitrice.

Il nascituro avrà una mamma sopraffatta dal proprio dolore; ne potrebbe conseguire una precarietà nel prendersi cura del figlio  e potrebbe risentirne, in maniera significativa, lo stile di attaccamento. Muovendosi dunque dalla premessa  secondo cui l’elemento primario protettivo per il bambino è costituito dalla presenza di una figura accudente e serena  non è difficile comprendere come nella violenza domestica la madre non possa essere in grado di assolvere a tale funzione. I fattori di rischio sono pertanto connessi alla presenza di una figura genitoriale femminile sofferente, che difficilmente potrà conservare adeguati livelli di risposta emozionale e di attenzione alle necessità del bambino. Una madre vittima di reiterate vessazioni, umiliata, spaventata, angosciata e in costante allerta per l’insieme delle prevaricazioni, non può essere in grado di decentrarsi a sufficienza sui bisogni del figlio. Il pericolo più grave che ne consegue è che il bambino possa diventare “invisibile” in quanto  i soprusi subiti sono prevalenti su tutto il resto fino a trasformarsi nel cardine intorno al quale ruota la vita di una donna.

La mancanza di cure attente, proprie del nutrimento fisico e affettivo , non permette al bambino di sviluppare una base sicura ( (J. Bowlby)  tanto da non sapere, in quanto per lui  non esperibile, che gli altri lo aiuteranno quando ne avrà bisogno svilendo la fiducia in se stesso e nelle figure adulte ed in futuro nella società.

 

TUTELARE LE FASCE EVOLUTIVE E ASCOLTARE IL BAMBINO

I servizi specializzati nella presa in cura dell’infanzia maltrattata, hanno contribuito in maniera importante nel diffondere il concetto di violenza assistita dove il tema della disperazione, della lacerazione emozionale, della previsionalità degli eventi promotori di sofferenza, della serie reiterata degli insulti, delle minacce e delle percosse, dei pianti continui, delle urla rendono il bambino fragile, impoverito nelle sue possibili reazioni resilienti. Ne consegue che i continui attacchi all’ identità di chi sta attraversando le fasi di sviluppo nel contesto proprio del  circuito della violenza assistita, attivano  l’ affiorare, di quel senso di colpa, già precedentemente menzionato, che realisticamente è inesistente per quanto il bambino possa crederci fermamente.

Realistica è invece la percezione degli eventi che sgretolano i percorsi evolutivi quando, con una continuità percepita come  senza fine, si  intensificano, nelle piccole vittime, gli stati l’angoscia ed  il senso di smarrimento.

Che le situazioni di maltrattamento intrafamiliare  siano multiformi e non riconducibili a standard rigidi e precostituiti è cosa ben comprovata, ma le criticità di cui è necessario tener conto non possono giustificare le mancate diagnosi di fronte alle evidenze cliniche come accade frequentemente in ossequio al negazionismo.

 Un altro elemento degno di osservazione è come , gli abusanti raramente vengono allontanati da casa a scapito dell’infanzia a causa di un modello culturale obsoleta e prevaricante. Un aspetto questo che seppur appena menzionato merita un’attenzione seria entro una cornice culturale alquanto oscura.

Prestare estrema attenzione nei confronti dell’infanzia significa assumere, da parte di chi si occupa della tutela minorile  un comportamento maturo, evoluto.

Contrastare l’autoreferenzialità adulta nei contesti preventivi, clinici, educativi e giuridici, costituisce la premessa fondamentale per chi si impegna e si pone in un’ottica di protezione e di cura  dell’infanzia. Questo concetto non è circoscritto a un ambito di abituale  salvaguardia ma include l’intero sistema sociale e culturale  che è responsabile di ciò che sta accadendo, sempre con maggior frequenza, nei confronti di chi attraversa le fasi di sviluppo. Storicamente e socialmente, l’infanzia non è stata mai contemplata al primo posto, nicchia privilegiata e “gerarchicamente” consona ad un potere adulto mal regolato. Si tratta di un ricorsivo ondeggiare tra l’accettare l’esistenza di un’etica a misura di bambino e il “bisogno” di smentirla, cortocircuitandone i significati.  Ne consegue che, a tutt’oggi, chi è in fase evolutiva non è garantito a sufficienza;  per far fronte alle difficoltà di contesto per le quali è insufficiente intervenire attraverso interventi-tampone non certamente risolutivi, è fondamentale riappropriarsi di un piano di realtà da troppo tempo perso di vista.

Altra punteggiatura fondamentale: la famiglia  non è a sua volta tutelata dalla violenza che ha oramai permeato parecchie mura domestiche fino a capovolgere interamente gli schemi attraverso  un modello culturale “atipico” oramai destrutturato, svilito,  limitante e irrispettoso.

In ambito di violenza, un altro elemento che ancora persiste nell’attuale prototipo culturale nei confronti dell’infanzia, riguarda l’ostinarsi nel dar priorità e, frequentemente, esclusività ai percorsi di ascolto dell’adulto offrendogli un credito quasi illimitato. Il bambino  è lontano dall’aver la possibilità di giovarsi del proprio diritto di essere ascoltato e creduto.

Occorre  ascoltare il bambino con onestà intellettuale, credere in lui, dargli fiducia, consentirgli di fidarsi e di affidarsi. L’infanzia è l’unica fase della nostra vita in cui si riesca ad essere autentici. Credere nel bambino è semplice poiché riesce ad essere trasparente anche quando   esprime con candida ingenuità una bugia facilmente riconoscibile dall’adulto.

Empatizziamo con l’infanzia, ascoltiamola, entriamo in sintonia con le emozioni di un bambino, cerchiamo di capire chi è, come è, come modella i suoi pensieri, soprattutto accompagnamolo nella crescita rispettandolo come Persona.  Tutto ciò è proprio di una sana funzione adulta.

NOTA

Secondo il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia (CISMAI) ” per violenza assistita da minori in ambito familiare s’ intende il fare esperienza da parte del/della bambino /a di qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica (percosse con mani od oggetti, impedire di mangiare, bere e dormire, segregare in casa o chiudere fuori casa, impedire l’assistenza e le cure in caso di malattia…) violenza verbale, psicologica (svalutare, insultare, isolare dalle relazioni parentali ed amicali, minacciare di picchiare, di abbandonare, di uccidere, di suicidarsi o fare stragi…)violenza sessuale (stuprare ed abusare sessualmente) e violenza economica (impedire di lavorare, sfruttare economicamente, impedire l’ accesso alle risorse economiche, far indebitare…) compiuta su figure di riferimento o su altre figure significative, adulte o minori; s’includono le violenze messe in atto da minori su altri minori o su altri membri della famiglia e gli abbandoni ed i maltrattamenti ai danni di animali domestici. Di tale violenza il / la bambino/a può fare esperienza direttamente (quando essa avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti.  CISMAI

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BIBLIOGRAFIA

J. Bowlby – Una base sicura; applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. – Raffaello Cortina Ed 1989

M.Malacrea –“ Il buon trattamento”: un’alternativa multiforme al maltrattamento infantile – in  “Cittadini in crescita”

 [rivista del Centro Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, n.1/2004]

R.Luberti, M.T.Pedrocco Biancardi, La violenza assistita intrafamiliare, Franco Angeli, Milano,

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