Di Andrea Coffari

  27 maggio 2011 a Firenze, presso il Palazzo Medici-Riccardi, sala degli specchi, via Cavour n.1, intervento al convegno dal titolo “Coppie d’amore uguali nella differenza” organizzato dall’associazione Atlante

 

Buongiorno a tutti, in un convegno con un tema dal titolo “Coppie d’amore uguali nella differenza” non è possibile immaginare che non si sviluppi, nel corso delle relazioni, una dialettica, che presenti posizioni contrapposte.

E’ sicuramente questa un’occasione importante per potersi confrontare, con toni anche accesi, ma rispettosi verso le legittime posizioni diverse che possiamo avere.

Nel confronto e dalla dialettica possono nascere soluzioni, pensieri, riflessioni che diversamente non potrebbero trovare spazio e che possono aiutarci ad formarci un’opinione personale.

Mi interesso dei diritti dei bambini da tanti anni e possiamo dire che sono uno studioso dell’adultocentrismo, concetto in gran parte sconosciuto.

Da un punto di vista intuitivo e partendo dall’etimologia del neologismo si può intuire il significato del termine utilizzato; l’adultocentrismo è  però un concetto molto più complesso di quanto si voglia credere e varrebbe la pena avere del tempo per poterlo spiegare.

Nei pochi minuti che ho a disposizione non riuscirò certo a illustrarvi pienamente cosa intendo per adultocentrismo, in ogni caso cercherò di partire da un primo tentativo di definizione: l’adultocentrismo si può definire come il sistema di potere che l’adulto esercita nei confronti dei bambini fin agli albori della civiltà.

L’adultocentrismo, nella storia dell’uomo, non ha mai avuto antagonisti culturali così come invece li hanno avuti altri sistemi di potere quali la monarchia, il maschilismo, lo schiavismo, il nazismo, il comunismo.

Gli antagonismi culturali sono dinamiche essenziali e irrinunciabili per il progresso culturale dell’uomo, hanno, ad esempio, contribuito a creare gli equilibri democratici nella nostra attuale società attraverso il confronto fra clericalismo e illuminismo, religione e positivismo, fra fede e ragione.

Queste contrapposizioni hanno contribuito a formare la nostra attuale civiltà occidentale, ove ci si può confrontare anche da posizioni diametralmente opposte nel reciproco rispetto.

L’adultocentrismo invece non ha avuto antagonisti culturali, non è infatti rintracciabile nella storia dell’uomo una dialettica, un confronto, non esiste una lotta di emancipazione per il riconoscimento dei diritti della categoria sociale debole per antonomasia che sono i bambini.

Possiamo riconoscere una storia del femminismo, una storia dei diritti degli omosessuali, una storia degli africani resi schiavi, non abbiamo una storia reale dell’emancipazione dei diritti dei bambini, abbiamo sì la Convenzione sui diritti dell’Infanzia del 1989, ma si tratta di un prodotto dell’adulto, purtroppo mi manca il tempo per spiegarvi e dimostrarvi come questa convenzione abbia una valenza prevalentemente formale, autoreferenziale e come sia stato minimo l’impatto concreto sulla vita  dei bambini di questa convenzione.

L’emancipazione sociale delle categorie deboli avviene attraverso una lotta spesso dura e difficile, se non cruenta, così è successo per le donne, per i lavoratori dipendenti, per gli schiavi, per i popoli oppressi.

Potreste rispondermi che per quanto riguarda l’infanzia non ci possono essere esempi di  bambini che hanno lottato fino a perdere la loro vita per i loro diritti.

Vi risponderei che non è vero.

Conoscete la storia di Iqbal?

Iqbal Masih era un bambino pakistano che è stato ucciso all’età di dodici anni.

Un bambino che, dopo essere stato sfruttato come uno schiavo nelle fabbriche tessili per anni, si è ribellato e si è messo a lottare per i suoi diritti e per quelli di tutti i bambini suoi connazionali.

Noi adulti , anziché festeggiare la giornata dei diritti dei bambini il 16 aprile, giorno del barbaro e vigliacco omicidio di Iqbal, la festeggiamo il 20 novembre, per autocelebrare la dichiarazione dei diritti dei bambini.

L’adultocentrismo permette che ancora oggi i bambini siano sfruttati come schiavi nel lavoro o siano abbandonati per le strade delle città del terzo mondo, così come facevano gli antichi romani esercitando lo ius exponendi e ci ha fatto dimenticare il genio e il coraggio di Iqbal.

Anche nella nostra società occidentale fino a tutto il secolo XIX i bambini sono stati sfruttati nel lavoro o abbandonati per le strade.

Lo stesso Ruosseau, che a ragione è considerato uno degli antesignani della pedagogia, ha abbandonato i suoi cinque figli perché gli davano noia in casa mentre doveva concentrarsi a studiare, li ha abbandonati in un orfanotrofio di Parigi a metà del 1700, ma fino a metà del sec. XIX l’abbandono dei bambini in Europa, non riguardava solo i figli di Rousseau, ma sfiorava il 30% e il 40%  dei nati.

Ancora oggi nei paesi in via di sviluppo noi sopportiamo tassi di mortalità infantile inaccettabili, i bambini muoiono a causa di malattie curabili, uccisi per faide familiari,  per abbandono, per fame, incuria, per motivi che sono inconciliabili con il concetto di civiltà.

Tutto questo avviene nella sostanziale indifferenza dell’occidente; i paesi industrializzati sono efficientissimi nello scatenare guerre per il petrolio, ma dormono quando si tratta di difendere concretamente i diritti dei bambini.

Si stima che ci siano trecento mila bambini usati nella guerra, centosessanta milioni di bambini sfruttati in lavori usuranti, con un rischio altissimo quindi di contrarre malattie invalidanti che abbassano drasticamente le aspettative di vita.

Come ho detto non ho tempo per dimostrarvi i presupposti culturali e le conseguenze dell’adultocentrismo, ma c’è da dire che di fatto non siamo pienamente coscienti di quanto l’adultocentrismo sia per noi un automatismo culturale, un modello che abbiamo imparato ad accettare fin da bambini, lo assorbiamo studiando, nelle relazioni sociali.

Posso cercare di farvi degli esempi: anche in occidente abbiamo delle forme molto gravi e diffuse di maltrattamento e di violenza a danno dei bambini delle quali non siamo in grado di assumerci la responsabilità.

In Europa sono state svolte numerose ricerche che indicano con certezza che circa il 30% dei bambini sono vittime di episodi traumatizzanti.

Queste ricerche sono state fatte negli Stati Uniti, in Europa e anche in Italia, sono stati intervistati migliaia di ragazzi attraverso la somministrazione di questionari anonimi e sono stati diffusi dati allarmanti.

E’ risultato ad esempio che il 10% dei ragazzi dichiarano di esser stati vittime di violenze sessuali, che, come è noto, portano a gravi traumi,  un altro 10% dichiara di avere subito gravi violenze psicologiche, questi dati, assolutamente preoccupanti, vengono del tutto rimossi dalla nostra società.

Nei convegni nei quali sono relatore parto sempre dall’esporre questi dati, questi studi sono stati presentati in diverse occasioni ma il fenomeno sommerso della violenza sui minori viene del tutto rimosso, cancellato dalla nostra coscienza civile.

Badate bene che il 20% o 30%  di bambini traumatizzati da varie forme di violenza sono percentuali importanti; sappiamo che molti di questi bambini, se non protetti al momento giusto, si trasformano in adulti che avranno bisogno di scaricare la loro rabbia, frustrazione con comportamenti distruttivi e violenti o autolesionisti.

Questa catena di violenza comporta dei costi sociali ma anche economici altissimi che la società, che tutti noi  paghiamo profumatamente.

L’adultocentrismo, non rispettando la dignità dei bambini, si pone come il guardiano occulto di questa catena di violenza e il miglior modo di garantirne l’efficacia distruttiva  è restare nell’ignoranza che, a sua volta, genera indifferenza.

Ma queste riflessioni sono solo un punto di partenza, solitamente faccio delle lezioni che necessitano di tante ore per dimostrare quello che sto cercando di riassumere in qualche minuto, però, credetemi, ci sono talmente tanti dati di verifica sui guasti ai quali porta l’adultocentrismo che, alla fine del percorso argomentativo, diventa persino imbarazzante rendersi conto di come il bambino non sia considerato né un cittadino né un soggetto di diritti.

Chiediamoci quindi cosa succede nel momento in cui al bambino non sia riconosciuta la medesima dignità di un adulto, ma per farlo dobbiamo compiere un passo indietro:   il concetto di civiltà cui noi abbiamo aderito, o abbiamo fatto finta di aderire per quanto riguarda i bambini, si basa su un principio fondamentale che è quello della dignità dell’essere umano.

Si tratta della nostra storia culturale, è una storia comune che unisce filosofia e diritto, che mette d’accordo laici e religiosi: la dignità dell’essere umano è il valore presupposto grazie al quale anche noi oggi siamo qui a confrontarci potendo esprimere liberamente le nostre idee, cercando di promuovere la nostra sensibilità attraverso delle argomentazioni logiche.

Il riconoscimento della dignità dell’essere umano è qualcosa dalla quale non possiamo prescindere, da questo valore ne deriva l’articolazione dei diritti della persona; quello che voglio dirvi è che l’alto valore etico della dignità e dei conseguenziali diritti della persona noi non lo abbiamo ancora assunto nella nostra cultura per quanto riguarda i bambini.

Laddove quindi si parla di tutela di una categoria sociale debole, che è quella ad esempio degli omosessuali, mi vedete assolutamente concorde nel considerare che, sul piano dei diritti, non ci può essere differenza a seconda dell’orientamento sessuale.

Il desiderio di vivere l’affettività va difeso e tutelato riconoscendo anche alle coppie omosessuali le garanzie e le forme di tutela che sono già operanti per le coppie eterosessuali.

Coppia di fatto, unione di fatto, matrimonio gay, possiamo chiamare questi programmi di vita come vogliamo, non è importante il nome, ma sono forme di solidarietà affettiva che vanno riconosciute nella misura in cui corrispondono alla volontà e ai bisogni di persone adulte e, fra loro, consenzienti.

Anche questo è rispetto e riconoscimento della dignità delle persone.

Nel momento in cui la coppia omosessuale rivendica il diritto di adottare o crescere un bambino, però le cose cambiano radicalmente.

Le questioni etiche e giuridiche che si affrontano nel considerare il riconoscimento di un’unione omosessuale e il diritto della coppia gay o lesbica di adottare o crescere un bambino non sono confinanti o simili, ma, se poniamo autenticamente al centro delle nostre riflessioni l’interesse del bambino, scopriamo che fra le due ipotesi (coppia omosessuale senza bambini – coppia omosessuale con bambini) c’è un abisso e questo abisso è rappresentato proprio dai bisogni e dall’interesse dei bambini.

Solamente se facciamo sparire dall’orizzonte i diritti i bambini, la loro importanza, ecco che, per incanto, l’ipotesi di concedere alle coppie omosessuali la possibilità di poter allevare dei bambini, appare come una questione strettamente legata al riconoscimento, sul piano sociale e giuridico,  dell’unione omosessuale.

Anzi, sembra un’automatica conseguenza.

Anche in questo caso possiamo riconoscere l’oscuro potere dell’adultocentrismo che, trascurando in maniera disarmante il punto di vista dei bambini, deforma la percezione e la portata dei problemi.

Non si tratta di una questione morale o politica, si può essere cattolici, atei, di destra o di sinistra, ma le cose non cambiano, si tratta invece di una questione etica, giuridica e culturale che ha a che fare con il riconoscimento della dignità della persona, dei bambini.

Nel momento in cui siamo in grado di negare dignità ai diritti dei bambini, diritti che, in maniera del tutto autoreferenziale, la nostra civiltà immagina di aver assunto quale conquista giuridica e culturale, allora siamo in grado cambiare le regole della convivenza civile trattando però i bambini non come soggetti di diritto, ma come  oggetti di diritto.

L’ipotesi di una coppia omosessuale che desidera avere un figlio (ho notato che nella relazione della rappresentante dell’associazione famiglie arcobaleno il termine più usato è stato desiderio), è da considerarsi un desiderio che punta al soddisfacimento di bisogni del tutto personali.

In questo caso, per ottenere il soddisfacimento dei desideri della coppia omosessuale, siamo costretti ad eliminare un principio naturale, di ineludibile importanza, che supera ogni orientamento filosofico o religioso, relativo al fatto che in natura esistono due principi: quello maschile e quello femminile e che la loro unione è in grado di generare la vita.

Questa economia naturale trova una corrispondenza profonda con la nostra psiche, con il nostro corpo, con il modo in cui funziona la nostra mente, la nostra affettività, è alla base degli archetipi ancestrali dell’uomo è in grado di influenzare, più di quanto forse ci rendiamo conto, le nostre modalità comunicative, artistiche, le convenzioni sociali, condiziona le nostre scelte e definisce i nostri bisogni.

Quanto ora detto vale tanto di più per i bambini che hanno un rapporto molto più vivo, istintivo e immediato proprio con i principi che rappresentano la struttura dei codici naturali in base ai quali sono stati generati.

I bisogni profondi e ancestrali di un bambino, che legano il corpo alla psiche, le emozioni all’affettività, sono indissolubilmente collegati ai principi etici di rispetto (dei bisogni) e di dignità (della persona soggetto e non oggetto di diritti).

Possiamo forzare una legge naturale che è alla base della nostra identità per permettere alla coppia omosessuale di soddisfare un suo desiderio?

Il funzionamento fisiologico del corpo e della psiche del bambino attendono fin dal concepimento e dalla nascita le cure e la presenza di due distinte figure genitoriali che compongono la dialettica femminile-maschile che, non a caso, ha generato il figlio.

La coppia omosessuale non può pretendere di cogliere il frutto di questa unione al solo fine di soddisfare un proprio desiderio senza pensare di forzare la natura, violare i bisogni più elementari di un bambino, sovvertire le leggi naturali e i principi etici che da queste derivano.

Pensate che la capacità generativa che deriva dall’incontro del principio maschile con quello femminile fa parte così profondamente delle leggi naturali che prescinde dalle intenzioni, dalla volontà e perfino dall’amore.

Se una donna fa l’amore con un uomo concepisce un figlio indipendentemente dalla sua volontà, lo concepisce pure se odia il suo compagno nel medesimo atto in cui si unisce a lui.

Pensate come la natura abbia impresso nei suoi codici come un elemento necessario e strutturale la conseguenze che deriva dall’unione dei due sessi.

Il presupposto necessario quindi che informa il sistema di sopravvivenza e generazione della specie umana (unione fra uomo e donna) che ha legami profondissimi con la stessa struttura fisiologica del bambino non può essere ignorata senza pensare di creare precedenti o distruggere principi in grado di innescare, in un medio periodo di tempo, una deriva sociale decadente e pericolosamente distruttiva.

Escludere pregiudizialmente dall’orizzonte affettivo e relazionale la figura materna o paterna equivale a commettere un crimine a danno dei bambini che viola i diritti fondamentali della persona; siamo in grado di accorgerci di questa enormità?

Per soddisfare semplici desideri di una coppia omosessuale si tolgono diritti fondamentali ai bambini: questa equazione è inaccettabile perchè sovverte tutte le conquiste civili sulle quali si è basata tutta la storia dell’occidente.

I diritti dei bambini sono il confine invalicabile che non è concesso oltrepassare, è bene allora che ci rendiamo conto che il libero arbitrio dell’adulto, privato del senso di responsabilità verso i bambini e verso le future generazioni, può compiere scelte di politica sociale e familiare in grado di distruggere la società e le libertà fondamentali dell’individuo.

Senza riferimenti etici da un punto di vista teorico non c’è alcun limite a ciò che l’adulto può immaginare di rendere lecito, pensate ai movimenti che propongono la libertà strumentalizzare il corpo dei bambini per soddisfare desideri di adulti, in questo caso, malati e perversi.

Il principio di  libertà non si può legare al concetto di licenza: una licenza schiava dei desideri egoistici e scomposti di un adulto irresponsabile, è una grave forma di schiavitù.

Il principio di libertà è intimamente e irrevocabilmente legato al concetto della dignità della persona, del riconoscimento dei bisogni del nostro prossimo che, in questo caso, sono i bambini e che rappresentano il valore, la risorsa e la responsabilità più grande che gli adulti devono ancora imparare a riconoscere e tutelare.

 

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Movimento Infanzia