Pedolifia - foto di Karen Forever - Movimento Infanzia

foto di Karen Forever

Pedofilia. Pedofilia femminile

Se il tema della pedofilia è un tema molto scottante. Il tema della pedofilia femminile lo è ancora di più.

 

 

Ai bambini  del mondo.

Al bambino che è ancora dentro di noi.

Introduzione

 

Sempre più spesso negli ultimi tempi si sente parlare dell’ormai noto fenomeno della pedofilia. Un fenomeno, è vero, che ormai dovremmo conoscere tutti, ma che di fatto è ancora avvolto in un alone di mistero, di confusione, di falsi miti, di ipocrisia, di ambiguità e di ambivalenza.

E’inevitabilmente un tema “scottante”, che colpisce ognuno di noi dritto al cuore, spaventandoci, facendoci vacillare, facendoci mettere in discussione i nostri valori, le nostre certezze, il significato stesso della nostra esistenza. Le persone si chiedono come sia possibile che un adulto abusi sessualmente di un bambino. Si chiedono come sia possibile che un genitore abusi del proprio figlio, di quella piccola creatura che egli stesso ha messo al mondo e che proprio nel suo viso vede la luce della propria vita. Tutto questo è talmente scioccante, talmente potente, talmente “contro natura”, che le persone, per difendersi, spesso tendono a non considerare reali i fatti riguardanti abusi sessuali sui bambini. Ci si domanda “ma sarò vero?”. Oppure si sente minimizzare “ma sai, i bambini spesso inventano o ricordano male” o ancora, riferito al presunto carnefice, “ma come, sembra tanto una brava persona, non è possibile che abbia fatto una cosa del genere…”.

E così tutta una sfilza di meccanismi di difesa come negazione, repressione, rimozione, formazione reattiva, spostamento, tutti messi in atto dall’individuo per proteggersi  dagli spiacevoli vissuti emotivi che l’atto pedofilo suscita in noi, quali paura, rabbia, impotenza. Non sono altro che gli stessi sentimenti e le stesse difese emotive che il bambino abusato vive dentro di sé.

E’per questo che si sente molto spesso parlare solo di “presunti abusi”, che il più delle volte rimangono tali, senza mai passare alla dimostrazione certa di “abusi reali subiti dal bambino”. Troppo spesso infatti ci si scontra con i limiti della giustizia che altro non sono che le conseguenze dei limiti e delle paure personali che automaticamente vengono rispecchiati nella società: “il bambino non è attendibile”, “il bambino è facilmente suggestionabile”, “non ci sono prove certe”, “non possiamo rovinare la vita ad una persona sospettata di pedofilia se non c’è la massima certezza”

Molti autori (per es. Dettore, D., Fuligni, C. 1999) invece sottolineano proprio l’importanza, una volta che si sospetti di un abuso sessuale, di “proteggere” subito la vittima allontanandola comunque dall’aggressore.

E così la pedofilia va avanti, il pedofilo continua inesorabilmente a mettere in atto i suoi comportamenti pedofili e il bambino, unica vera vittima di tutto l’orrore che riguarda la pedofilia, rimane da solo, da solo con il suo dolore, con la spiacevole sensazione di aver esagerato, se non addirittura inventato, tutto il danno che gli è stato inferto. Il bambino perderà la fiducia in se stesso e negli altri, quegli altri “adulti significativi” che avrebbero dovuto proteggerlo e che invece nulla hanno fatto in questo senso, schierandosi addirittura dalla parte dei carnefici stessi.

Questo bambino poi un giorno crescerà, con la ferita ancora aperta e vivrà inevitabilmente una vita dura, incentrata su vissuti di paura, depressione, distruttività verso di sé e verso gli altri.

Molti studi infatti confermano il cosiddetto “circolo vizioso della pedofilia” (per es. Stoller, 1975; De Leo, Petruccelli, 1999; Montecchi, 2005; Seto, 2008): il pedofilo di oggi altro non è che il bambino abusato di ieri.  Questo non significa tout court che andrà per forza così, ma in moltissimi casi questo sarà il naturale corso degli eventi. Se si ripercorre la storia di vita di un pedofilo, si troverà nella stragrande maggioranza dei casi una storia di abuso sessuale subito in tenera età. Fortunatamente, è anche vero che non tutte le vittime di abuso sessuale infantile diventeranno poi dei pedofili. Anzi, in molti casi il bambino vittima diventerà un adulto particolarmente attento e sensibile ai diritti dei bambini, proprio in virtù della sua sofferenza e della consapevolezza dell’orrore che ha vissuto da piccolo.

Questa “linearità causa-effetto” potrà sembrare eccessivamente semplicistica, ma di fatto questo è ciò che accade.

Ciò però non toglie al fenomeno pedofilia una estrema “complessità” che appunto la caratterizza. E’infatti un fenomeno altamente “sovradeterminato”, nel senso  che nasce per soddisfare in qualche modo più spinte (per lo più) inconsce dell’individuo, anche apparentemente in contrasto tra loro.

Molteplici sono le sue espressioni, da quelle più “blande” (che, mi preme sottolineare, davvero “blande” per il bambino non sono mai) a quelle più cruenti.

Gli abusi possono inoltre avvenire all’interno della propria famiglia o al di fuori di questa, essere legati a legami affettivi specifici o al racket della prostituzione minorile o addirittura legati a culti satanici. Possono avere connotazioni omosessuali e non. Il pedofilo può essere attratto esclusivamente dai bambini, oppure anche da adulti.

Diverso inoltre è stato il modo di intendere la pedofilia a seconda dei vari momenti storico-culturali all’interno dei quali essa si è andata via via definendosi.

Molto c’è da dire, infine, sulla “legislazione” che tratta il tema pedofilia, diversa da paese a paese e sempre ricca di contraddizioni e di “passaggi” quantomeno equivocabili.

Il tema della pedofilia è dunque vastissimo. In questa sede ho pertanto deciso di focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti specifici del fenomeno.

Una prima parte sarà dedicata a cosa si intende esattamente per pedofilia e quali ne sono le caratteristiche salienti. Questo definendo la pedofilia da un punto di vista clinico-diagnostico e da un punto di vista giuridico.

Dedicherò una parte anche ad un excursus storico e sociale di questo fenomeno.

Centrale sarà poi la parte dedicata al fenomeno della “pedofilia femminile”: argomento poco conosciuto, poco trattato, sicuramente anche meno frequente. Argomento che soprattutto ci colpisce ancor più della pedofilia maschile perché ci “spiazza”, ci mette duramente alla prova, sbattendoci in faccia una realtà di cui faremmo volentieri a meno: anche una “mamma” (oltre che più in generale una “donna”) può maltrattare un bambino finanche a farne l’oggetto dei propri sfoghi sessuale.

Che cos’è la pedofilia:  luoghi comuni, ottiche diverse, nuove conoscenze

Sembrerebbe apparentemente inutile dare una definizione precisa di pedofilia, tanto il termine è entrato a far parte del linguaggio comune. In realtà, le definizioni di questo fenomeno sono spesso confuse, incomplete, nella peggiore delle ipotesi anche non propriamente corrette. Pedofilia è diventato di fatto sempre più un termine usato e spesso “abusato”. Come sostengono Coluccia e Calvanese (2007) “non è neppure il caso di rimarcare come una maggiore confusione interpretativa sia stata ingenerata, negli ultimi anni, dal fatto che i media di massa si siano senza limiti e del tutto acriticamente impossessati di tale termine […]” (pag. 35).

Prima di addentrarci nel mondo della pedofilia femminile credo sia opportuno tracciare quelli che sono gli aspetti specifici e caratteristici della pedofilia in generale, escludendo anche così tutti quegli altri aspetti che potrebbero far pensare a questo fenomeno, ma che in realtà se ne discostano. Pedofilia, infatti, è un termine “scomodo”, di “non facile collocazione” perché, a differenza di altri fenomeni, ha forti implicazioni praticamente su tutti i versanti che riguardano il comportamento umano: psicologico, sociale, culturale, giuridico, morale, religioso ed anche economico.

Cominciamo dall’etimologia della parola pedofilia. Essa deriva dal greco paìs, paidòs che significa bambino e da filìa che significa amore. “Amore per i bambini” dunque. Chiaramente il termine è ambiguo e contraddittorio: non intendiamo un amore “vero”, nel senso di “bene verso” i bambini, ma un amore inteso come “attrazione erotica”, con o senza pratiche sessuali, di un adulto verso un bambino, cioè verso un soggetto in età “pre-pubere”: un bambino che non abbia ancora iniziato il normale processo di sviluppo psicosessuale, cioè che non abbia ancora sviluppato quei caratteri sessuali primari e secondari tipici del proprio sesso di appartenenza (crescita dei peli, aumento delle dimensioni dei genitali, ingrossamento della voce, ciclo mestruale, crescita della muscolatura, etc.) e che non abbia ancora sviluppato quindi una consapevolezza di sé e del proprio corpo.

“Il termine di per sé presenta un’ambiguità di fondo già nella sua etimologia. Infatti “l’amico dei bambini” – che in realtà amico non è – è colui che non riesce ad avere rapporti sessuali soddisfacenti se non con bambini” (F. Villa, 2005, p. 26).

Il termine pedofilia è entrato ufficialmente in ambito psichiatrico con il significato di “passione sessuale” nel 1905 su proposta dello psichiatra svizzero Auguste Forel ed è entrato nel vocabolario della lingua italiana solo nel 1935 (A. Oliverio Ferraris, 2001).

Strettamente connesso, ma concettualmente differente è il concetto di “abuso sessuale su minore”, un concetto più specifico che è incluso anche nel più ampio concetto di pedofilia: l’abuso sessuale su minore può rappresentare la messa in atto di un comportamento pedofilo, mentre la pedofilia concettualmente rappresenta l’attrazione sessuale per il minore anche in assenza del relativo abuso fisico (Gulotta, 1999).

“Per abuso sessuale sui minori si intende il coinvolgimento di bambini in pratiche sessuali che essi non possono interamente comprendere e verso le quali sono incapaci di dare un informato e cosciente consenso o che violano tabù sociali circa i ruoli familiari” (C. Serra, 2000, p. 311). Quindi il minore si ritrova in attività sessuali che per il suo basso livello di sviluppo psicofisico non riesce a comprendere e alle quali non può acconsentire con reale consapevolezza, a causa della enorme differenza di età e di ruoli rispetto gli adulti. In definitiva, il corpo del minore è sfruttato dall’adulto come mero oggetto di sfogo sessuale.

In realtà, ormai molti autori (per esempio I. Petruccelli, 2002) concordano sul fatto che l’abuso sessuale si esprima anche quando il corpo del minore non viene direttamente violato, ma violata è comunque la sua “innocenza”. Parliamo quindi di tutte quelle situazioni in cui il bambino è comunque esposto in modo prematuro e brutale al “sesso”: vedere rapporti sessuali tra genitori, visionare materiale pornografico, ricevere commenti e insulti a carattere sessuale, etc.

L’età del consenso al di sotto della quale la legge ritiene che il soggetto non sia in grado di decidere liberamente rispetto alla propria sessualità, proprio in virtù della tenera età, varia a seconda dei diversi paesi. In Italia questo limite è fissato a 14 anni. Questo significa che, per esempio, benché una tredicenne possa essere sviluppata da un punto di vista psicosessuale (magari già da qualche anno) e benché si ritenga “consenziente”, di fatto però per legge un maggiorenne non può con questa avere alcun tipo di rapporto sessuale.

Il tema pedofilia diventa dunque di difficile definizione. Nel caso sopra citato, per esempio, c’è chi parlerebbe di pedofilia, chi invece di “pederastia”, chi invece non lo riterrebbe così patologico, giustificando questo tipo di relazione come una normale attrazione “biologica” di un “maschio” adulto nei confronti di una “femmina” all’apice della giovinezza.

Ho citato la “pederastia”, altro termine con cui spesso si identificano erroneamente pedofili e omosessuali: il pederasta è tendenzialmente colui che instaura relazioni omosessuali con giovinetti all’inizio dell’adolescenza e dunque non più bambini. Ne parlerò comunque dettagliatamente in seguito.

Inoltre, ancora oggi spesso viene assimilato il termine pedofilia a quello di “omosessualità”, quando sappiamo ormai con chiarezza che rappresentano due ambiti totalmente diversi: l’omosessuale non è un parafilico e non è pedofilo, così come il pedofilo, che invece è un parafilico, non necessariamente deve essere omosessuale. Purtroppo, anche all’interno della stessa comunità degli “addetti ai lavori” (medici, psicologi, educatori, legali, insegnanti, assistenti sociali) non mancano approcci teorici e tecnici diversi per inquadrare e affrontare questo tema.

Secondo alcuni autori, infatti, si può parlare di pedofilia solo se la vittima è “prepubere”, perché è ben diverso se la vittima è adolescente e quindi in qualche modo ha raggiunto una maturità fisico-sessuale (per es. DSM IV TR). Per altri, invece, essa riguarda anche il rapporto con minori adolescenti, per cui il termine “abuso sessuale su minori” diventerebbe implicitamente sinonimo di “atto pedofilo” (per es. Roccia e Foti, 1994).

Oggi si utilizza molto spesso anche il termine child molester”, letteralmente “molestatore di bambini”: un individuo adulto che “si intrattiene in attività sessuali illecite  con minori, indipendentemente dal sesso, dall’unicità o ripetitività degli atti, dalla presenza o assenza di condotte violente; se la vittima sia pubere o prepubere, conosciuta o meno, legata o meno da vincoli di parentela con l’aggressore” (Picozzi, Maggi, 2003, pag. 23).

Anche qui, come ci suggeriscono Picozzi e Maggi (2003), si deve evitare di sovrapporre tale termine a quello di pedofilo: il pedofilo, infatti, può non essere un child molester e, viceversa, un child molester, benché invischiato in rapporti sessuali con minori, non necessariamente è un pedofilo. Il child molester, infatti, potrebbe avere rapporti sessuali con dei minori solo per “curiosità”, o per “necessità” (come per la “pseudo-omosessualità” tra carcerati o, esempio meno garbato, la “zoofilia” dei pastori che vivono isolati dal mondo). E’chiaro, comunque, che moltissimi pedofili agiscono i loro impulsi, divenendo child molester , così come moltissimi child molester di fatto sono pedofili.

Per finire, mi preme sottolineare come addirittura tra gli stessi pedofili ci siano almeno due grandi correnti di pensiero rispetto al proprio “amore per i bambini”.

Una categoria di pedofili si ritiene “malata”, “colpevole” a tal punto, in alcuni casi, da relegare i propri impulsi alla fantasia, ai sogni, alla masturbazione solitaria. Sono quei pedofili che potremmo definire “egodistonici”: vivono costantemente un eterno conflitto con se stessi, come è ben rappresentato per esempio in un recente film intitolato “The Woodsman”, o nel più vecchio capolavoro di Fritz Lang “Il mostro di Dusseldorf”, dove i due protagonisti sono consapevoli della “malignità” delle proprie pulsioni e con estrema difficoltà riescono a lottare per non agirle.

 Sul versante opposto troviamo invece quei pedofili che potremmo definire “egosintonici”: non solo non si ritengono malati, ma anzi ritengono il loro comportamento come una forma di amore, accudimento e rispetto verso i bambini e per questo istituiscono anche della associazioni “pro-pedofilia” con tanto di movimenti politici e siti internet.

 Excursus storico-culturale

 

La pedofilia e l’abuso sessuale sui minori rappresentano un fenomeno che esiste praticamente da quando esiste l’Uomo. A seconda del particolare periodo storico la pedofilia è stata vista “culturalmente” in modi diversi.

L’abuso sessuale su minori è sempre esistito in ogni gruppo umano, non possiamo limitarci a considerarlo un incidente storico di questa o quella civiltà, va   contestualizzato all’interno di relazioni sociali e culturali, assumendo un significato differente a seconda del periodo storico considerato e della cultura dominante.

In Iran e in Afghanistan, per esempio, l’omosessualità è contro natura, certo non è più così in Europa. Ma in Iran e in Afghanistan, le bambine che a nove anni vengono vendute dal padre a uomini di quaranta o cinquanta anni non sono considerate vittime pedofile come in Europa, né i suoi genitori subiscono processi o condanne sociali. (M. Valcarenghi, 2007).

Schinaia (2001) dà una lettura esplicita di questo, quando sostiene che: “Il diverso significato che viene ad assumere la relazione pedofila, la sua relatività storica, prescinde dalla constatazione che c’è la costante presenza di un minimo comune denominatore, che consiste nella dissimmetria esistente nel rapporto tra l’adulto e il bambino o l’adolescente. Tale asimmetria si costituisce in ogni caso come il cardine di una relazione di abuso, al cui interno si determina un divario di potere che nessuna passiva acquiescenza, scambiata o contrabbandata per consenso, potrà annullare o ridurre”.

Come sottolineato da moltissimi autori (per es. Petruccelli, I., 2002) nell’antica Grecia, così come era molto diffusa la pratica dell’ infanticidio come strategia di controllo delle nascite, così allo stesso modo era praticata la pederastia, intesa come l’amore di un uomo adulto per un giovinetto pubere, ma non ancora maturo.

Come già accennato nelle pagine precedenti, questa pratica non era considerata come una “variante” della sessualità e né tanto meno come una perversione, ma come una strategia educativa per lo sviluppo individuale e sociale del giovinetto.

Peggiore sorte spettava alle bambine “non volute”, in quanto considerate “bocche in più da sfamare”  che per legge potevano essere “esposte”, cioè abbandonate tra i rifiuti appena nate. Da questo momento in poi sarebbero diventate “proprietà” in senso assoluto (come gli schiavi) di chi le avesse raccolte e portate in casa propria. Addirittura la legge permetteva ai “padroni” di avviare queste bambine a qualsiasi tipo di lavoro servile, compresa la prostituzione minorile, in virtù del fatto che le bambine fossero figlie di genitori ignoti. Ciò era sufficiente per considerarle tout court oggetti di scambio e fonte di guadagno.

Nell’antica Grecia già si praticava l’omosessualità, anche quella femminile. Quest’ultima era ritualizzata nelle “tiasi”, comunità educative nelle quali le bambine libere e di famiglie ricche venivano addestrate a diventare donne, da maestre che insegnavano loro le arti e le scienze, la cura della persona e della casa, la danza, il canto e anche il piacere sessuale. Anche la famosa poetessa Saffo dirigeva una tiasi nell’isola di Lesbo, e numerose altre erano le comunità simili sparse per la Grecia. (M. Valcarenghi, 2007). Già in passato, dunque, esisteva una forma di pedofilia e pederastia tutta “al femminile”.

Nell’antica Roma la “cultura” (sarebbe più opportuno parlare di “non-cultura”) del bambino non si discostava molto da quella greca. Schiavi, figli e mogli erano considerati a tutti gli effetti proprietà del pater familias che in virtù del suo jus vitae ac necis poteva liberamente decidere del loro diritto di vita o di morte. A Roma i bambini potevano essere addirittura “castrati” nell’infanzia per poterli rendere più appetibili come prostituti. Molto spesso inoltre i bambini venivano sacrificati in riti propiziatori per assicurarsi la protezione delle varie divinità.

A differenza del mondo ellenico però, come sottolineano  Coluccia e Calvanese (2007), a Roma non era inizialmente praticata una vera e propria pederastia: si avevano rapporti con giovani schiavi e prostituti, ma non in un’ottica pedagogica, ma anzi proprio come espressione di superiorità e sopraffazione dell’altro ritenuto più debole. Per i Romani il rapporto sessuale con i giovanissimi concittadini non aveva niente di educativo, anzi poteva essere “traumatico” per un “futuro vero Romano”, educato sin dalla nascita non certo alla passività, ma ad un ruolo attivo e assertivo nella società. Questo benché anche i bambini e gli adolescenti venissero considerati al pari  alle donne, cioè privi di capacità di intendere e di volere e quindi di agire giuridicamente. Discorso totalmente inverso era fatto per gli schiavi : “La passività sessuale per un uomo libero è un crimine, per lo schiavo una necessità, per un liberto (schiavo liberato) un dovere” (Seneca, Controversie, 4 praef. 10). In quest’ottica, infatti, la legge puniva chi praticasse la pederastia (comunque sempre con una pena pecuniaria e non detentiva…), mentre non considerava reato i rapporti sessuali con giovanissimi schiavi o prostituti. Questo per quanto concerne i giovani maschi. Per le femmine, come nella cultura ellenica, non c’era davvero alcun rispetto e qualunque cosa venisse fatta contro di loro non aveva la benché minima rilevanza sociale o giuridica.

Detto ciò, mi sembra evidente come nella cultura romana l’aspetto del “maltrattamento” fine a se stesso legato all’abuso sessuale sui minori sia molto esplicito, a differenza della cultura ellenica dove tale maltrattamento veniva spiegato e giustificato in base ad una potente “razionalizzazione di massa”, per cui lo si metteva in atto “per educare il giovinetto”. I Romani erano dunque più “sinceri” rispetto alle proprie profonde motivazioni che li spingevano ad abusare di minori, i greci no. Tra l’altro, nell’antica Grecia si riteneva praticamente sempre “consenziente” il minore e, anzi, il consenso del minore era un requisito fondamentale per la relazione pederasta, pena la perseguibilità penale dell’adulto. Ma come può un bambino essere davvero consenziente a subire una violenza simile? E, quando anche riuscisse realmente a protestare, chi si sentirebbe di punire, in una cultura così libertina, l’adulto che abusasse del minore senza il consenso di questo?

In realtà, continuano gli autori, anche Roma, con l’avvento di un processo di “ellenizzazione”, fece sua la pederastia come comportamento approvato culturalmente e giuridicamente. Ufficialmente dunque anche i Romani si comportavano come i Greci, ma di fatto con il declino dell’Impero Romano e dei suoi valori, anche la “neo-pederastia” perse la sua valenza pedagogica a vantaggio di quella della sopraffazione, ora rivolta anche ai propri consanguinei.

Solo con l’avvento del Cristianesimo si iniziò gradualmente a condannare sia la pederastia, sia l’omosessualità, additate come gravi peccati contro Dio e quindi punibili anche con la morte. E’ proprio in questo periodo che i due termini pederastia ed omosessualità iniziano erroneamente ad essere utilizzati come sinonimo. Errore questo che, come visto in precedenza, si riscontra ancora oggi nonostante molti secoli ci separino da questa epoca.

 Nel Medioevo i bambini continuarono a non essere riconosciuti nella loro infanzia, nella loro fragilità, nei loro bisogni. Era molto diffusa una certa promiscuità tra adulto e bambino: si era vicini negli stessi spazi anche per giornate intere e di notte i bambini dormivano con i genitori anche quando erano ormai adolescenti. Questo rappresenta già di per sè un “abuso all’infanzia”, perché i bambini non sono tenuti a vedere, a sentire, a “respirare” il sesso, non avendo questi ancora gli strumenti emotivi e psicologici per conoscerlo, riconoscerlo e gestirlo attivamente. A sette anni l’ infanzia si considerava già terminata, perchè il bambino iniziava ad avere un totale controllo del linguaggio e per questo veniva trattato alla pari di un adulto ( il cosiddetto “bambino adultomorfo”).

Ancora nel 1500 e nel 1600 in Europa il bambino non solo non era tenuto in grande considerazione ma, anzi, veniva spesso perseguitato e ucciso insieme alle presunte “streghe”, perchè era luogo comune ritenere che il bambino molto piccolo potesse diventare “indemoniato” in seguito a rapporti sessuali con il diavolo.

Con il Rinascimento italiano tornò in auge la pratica pederastica e riprese vita dunque la visione del bambino/giovinetto come oggetto sessuale, come si può ben osservare nei nudi del Verrocchio, di Leonardo e del Botticelli.

Il noto storico P. Ariès (1994) descrive come in Francia nel 1600 fosse normale e ampiamente diffuso il “gioco fisico” tra adulti e bambini e come questo non destasse minimamente scandalo. L’autore nello specifico, basandosi su un diario della vita di Luigi XIII scritto dal suo medico personale Heroard, descrive come al piccolissimo re da bambino la bambinaia ed altri membri della servitù si dilettassero a titillare e a baciare il piccolo pene del bambino: “Luigi XIII non ha ancora un anno – annota Heroard – ride a gola spiegata quando la sua bambinaia fa dondolare il suo pene con la punta delle dita […] è molto vispo e fa baciare a tutti il suo pene” (Ariès, 1994, p. 113).

Questi giochi erano intesi non solo come innocenti, ma nei primi tre anni rappresentavano una sorta di iniziazione alla vita sessuale. Intorno ai sette anni, invece, iniziava l’educazione vera e propria che veniva impartita in modo assai rapido: il matrimonio di adolescenti era quasi la norma.

 Solo più tardi, nel 1700 prima e in particolare nel 1800 poi, questo atteggiamento “libertino” nei confronti dell’infanzia iniziò ad affievolirsi e gradualmente andò a svilupparsi un atteggiamento culturale diametralmente opposto al precedente. Nell’Inghilterra vittoriana, per esempio, si adottarono misure molto restrittive rispetto alla sessualità dei giovanissimi: gabbie applicate di notte sui genitali per evitare la masturbazione, campanellini appositamente studiati per suonare e avvisare i genitori qualora il giovanissimo avesse un’erezione…

Più in generale, comunque, in questo periodo molti bambini e adolescenti ancora venivano sfruttati sia a livello lavorativo che sessuale.

Ciò che più colpisce a mio avviso è come in fin dei conti, a ben analizzare i vari periodi storici, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, di fatto a rimetterci è sempre stato il bambino: nell’antichità visto come mero oggetto sessuale su cui scaricare la propria rabbia o come vittima di quella che la psicoanalista Alice Miller definisce “pedagogia nera” (per es. 1980) che punisce inconsciamente il bambino con la  motivazione conscia di farlo per il suo bene. Successivamente, a distanza di secoli, il bambino viene (forse) abusato meno, ma comunque colpevolizzato e condannato per i suoi “istinti animali” che devono essere tenuti sotto stretto controllo per il bene della comunità…

E arriviamo ai tempi più recenti quando S. Freud (1905) per primo parlò in modo più scientifico della sessualità infantile. A lui si deve la concezione dello sviluppo psicosessuale del bambino attraverso le ormai note cinque fasi (orale 0-18 mesi, anale 18 mesi-3 anni, fallica 4-6 anni, latenza 6-12 anni, genitale/adolescenza). Concezione questa ormai (fortunatamente) ben lontana dagli attuali modelli clinici di riferimento. Sempre Freud fu a definire (in modo a mio avviso errato e deleterio) il bambino come un “perverso polimorfo”[1], cioè come un soggetto che, benché la bassissima età e la benché totale ignoranza in tema di sessualità, oltre che il mancato sviluppo psico-fisico legato alla sessualità, ha come obiettivo primario la scarica delle proprie pulsioni sessuali su di sé e su chi si prende cura di lui. Addirittura già intorno ai tre anni il bambino sviluppa quello che l’autore ha definito “Complesso di Edipo”, per cui la sua motivazione più grande è quella di uccidere il padre per potersi portare a letto la madre…

Sempre Freud dedicò spazio al tema della pedofilia nei suoi “Tre saggi sulla sessualità” (1905) dove la definisce come una tra le aberrazioni sessuali. Nello specifico una tra le deviazioni che si riferiscono all’oggetto sessuale, cioè comportamenti sessuali rivolti ad oggetti diversi da quelli considerati normali (partner adulto del sesso opposto). Tra queste Freud inserisce anche la zoofilia (avere rapporti sessuali con animali) e l’omosessualità che però definiva inversione. Certo, oggi a distanza di un secolo sappiamo che rispetto al discorso omosessualità il buon vecchio Freud sbagliò di grosso nel catalogarla come “aberrazione sessuale”, essendo ormai da tempo considerata come uno dei normali possibili sviluppi dell’orientamento sessuale.

Oggi, per fortuna, in parte questa concezione del (o forse sarebbe meglio dire “contro” il) bambino non è più presa così tanto in considerazione, ma ci sono ancora psicologi, educatori, medici, insegnanti e genitori che vivono con questi presupposti il loro rapporto con i bambini.

Oggi infatti sempre più piede hanno preso gli approcci educativi e clinici basati sugli studi dell’ “Infant Research” (per es. D. Stern, 1985 ) che spostano l’ottica da un bambino visto come “seduttivo” e “distruttivo”, e quindi con l’ adulto conseguentemente visto come vittima, ad un bambino visto come innocente, estremamente fragile, alla sola ricerca di attaccamento, di amore, di protezione da parte del genitore, che diviene così protagonista attivo e responsabile del benessere del bambino.

Concludo purtroppo con l’evidenziare come, nonostante la storia ci debba aver insegnato come vanno trattati i bambini e nonostante la ricerca nel campo dell’infanzia oggi sottolinei l’importanza dell’amore incondizionato del genitore per il proprio bambino, assistiamo a fenomeni sociali e culturali a dir poco raccapriccianti come le associazioni di pedofili (tra le più note menzioniamo la Danish Pedophil Association e The Slurp) che combattono quotidianamente per rivendicare il proprio diritto di amare e possedere fisicamente i bambini. Questo, a detta loro, rappresenterebbe solo una forma di amore vero che non solo non danneggia il bambino, ma che addirittura è desiderato fortemente dal bambino stesso.

 Nel 2006 è addirittura sorto il  primo partito pedofilo, il NVD (Partito dell’Amore per il Prossimo, la Libertà e la Diversità), che promuove il sesso con i minori, l’abbassamento della maggiore età sessuale a 12 anni, il sesso con gli animali, la possibilità di girare nudi sempre e ovunque e la possibilità per un minore, raggiunta la soglia dei 16 anni, di girare film pornografici (che tra l’altro, secondo loro dovrebbero essere proiettati in TV anche di giorno) e finanche di prostituirsi (da un articolo su www.repubblica.it).

Fino a pochissimi anni fa circa 500 gruppi di pedofili festeggiavano il “loveboyday”, cioè la “giornata dell’orgoglio pedofilo”: un incontro sul web dove tutti i pedofili della Terra “accenderanno una candela azzurra per ricordare i pedofili incarcerati, vittime delle discriminazioni, delle leggi ingiuste e restrittive”. Grazie, però, ad una petizione contro questo macabro evento promossa dalla redazione di Epolis, “gli orchi sono stati fermati” (dal sito www.noloveboyday.blogspot.com).

Continuano, inoltre, ad esistere comunque nel mondo alcune popolazioni che culturalmente accettano comportamenti pedofili, come le tribù Hopi dell’Arizona che toccano i loro bambini per permettere loro di esplorare e conoscere il proprio corpo, o come gli Indiani Lepcha che copulano con le bambine della tribù per far loro raggiungere la maturazione sessuale (Cifaldi G., Bosco D., 1999).

 

Inquadramento diagnostico clinico

Importante credo sia anche sottolineare i diversi inquadramenti della pedofilia all’interno di quello che da sempre (a torto o a ragione) viene considerato il punto di riferimento principale della nosografia psichiatrica e cioè il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM).

Nella sua prima edizione (1952) la pedofilia era inquadrata come una grave deviazione sessuale. Nella sua seconda edizione (DSM-II, 1968) viene descritta ancora come una deviazione sessuale, benché vada a perdere la connotazione di disturbo sociopatico, sostituita da quella di disturbo mentale non psicotico.

Nella terza edizione (DSM-III, 1980) la pedofilia viene collocata all’interno delle cosiddette “parafilie”, cioè quei disturbi legati alla sfera della sessualità in cui l’individuo esperisce una spinta emotiva fortissima rispetto al mettere in atto dei comportamenti sessuali ritenuti anomali dal resto della società, e senza i quali non è possibile per lui una vera eccitazione sessuale. Rientrano in questa categoria oltre alla pedofilia, anche voyeurismo, sadismo, masochismo, esibizionismo e altri.

Nei più recenti DSM-IV (1994) e DSM-IV TR (2000) la pedofilia viene categorizzata tra i Disturbi Sessuali e dell’Identità di Genere. La sua diagnosi deve soddisfare i seguenti criteri:

A) durante un periodo di almeno sei mesi, fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente, che comportano attività sessuale con uno o più bambini prepuberi (generalmente di tredici anni o più piccoli).

B) le fantasie, gli impulsi sessuali o i comportamenti causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre importanti aree del funzionamento.

C) il soggetto ha almeno sedici anni ed è di almeno cinque anni maggiore del bambino o dei bambini da cui è attratto sessualmente.

Il DSM IV parla di un’età della vittima di pedofilia che solitamente si aggira intorno ai 13 anni, specificando che questa sia in età “prepubere”. Oggi, però, più che mai vediamo soggetti giovanissimi, di tredici anni e anche meno che non sono affatto prepuberi, ma “puberi”, proprio in virtù di uno sviluppo fisico/sessuale sempre più precoce. Anche individuare un pedofilo in una età di almeno sedici anni diventa a mio avviso un discorso molto relativo: infatti già a quattordici o quindici anni ci sono individui maturi, che magari hanno sviluppato già da alcuni anni. Secondo i criteri di questo manuale se un soggetto di quindici anni dovesse abusare sessualmente di un bambino di dieci anni (quindi con almeno i cinque anni in più richiesti dal manuale) non dovrebbe essere considerato pedofilo. Ugualmente non potrebbe essere considerato pedofilo un sedicenne che abusa sessualmente di un ragazzino di dodici anni, benché il ragazzino in questione sia prepubere, perché gli anni di differenza sono solamente quattro e non i cinque richiesti.

Questo significa che i criteri del DSM IV, come troppo spesso accade anche per altre psicopatologie, rimangono troppo vaghi e ambigui da una parte e al contrario troppo rigidi e restrittivi dall’altra. In definitiva portano ad una diagnosi che lascia il tempo che trova, perché non riesce a cogliere fino in fondo gli aspetti specifici della pedofilia.

Ora questa diatriba risulterà un po’ eccessiva e forse fuori luogo. Il mio intento è solamente sottolineare come complesso e sfaccettato sia il “mondo pedofilo”. Un mondo segreto e perverso che coinvolge tutti, dal bambino vittima all’adulto carnefice, fino alla legislazione, alla cultura, alla società tutta.

L’ICD-10 (1996), l’altro accreditato riferimento per la nosografia psichiatrica (e non solo), include (nel Capitolo V, quello dedicato nello specifico alla psichiatria) la pedofilia tra i “disturbi della preferenza sessuale” e la definisce come “una preferenza sessuale per i ragazzi, maschi e femmine o entrambi, di solito in età prepuberale o puberale iniziale.

Anche l’ ICD 10 stabilisce a sedici anni il tetto minimo del pedofilo, sotto al quale non si dovrebbe più parlare di pedofilia.

Anche in questo caso c’è a mio avviso un aspetto quantomeno confusivo, e cioè il fatto di parlare di età puberale iniziale. Un bambino che sia pubere, anche se in fase iniziale, non è appunto più un bambino in senso stretto, ma sta già iniziando a svilupparsi in senso adulto. Ciò chiaramente non toglie il fatto che il soggetto sia ancora estremamente fragile e vulnerabile.

In questo caso, però, ritengo si debba parlare più correttamente di “pederastia”, cioè “una forma di omosessualità basata sull’attrazione per gli adolescenti e i giovanetti” (Oliverio Ferraris, 2001).

Come abbiamo visto, storicamente la pederastia implica una espressione omosessuale adulto maschio-giovinetto maschio. Questa pratica era ampiamente diffusa ai tempi dell’antica Grecia e dell’antica Roma, dove non solo era considerata legale, ma anzi veniva incoraggiata, perché era praticata “ufficialmente” per il bene del giovinetto: un rapporto erotico fisico tra il “maestro” e l’ “allievo” era considerato una tappa fondamentale per la crescita personale, sociale e culturale del giovane. Così l’adulto “saggio” trasmetterebbe la sua saggezza al giovanetto tramite il rapporto sessuale. La sfera sessuale dunque era parte integrante del percorso pedagogico del ragazzo che all’età di dodici anni veniva affidato ad un educatore (A. Coluccia, E. Calvanese, 2007).

Oggi credo sia facile considerare queste motivazioni come semplici meccanismi di difesa, nello specifico “razionalizzazioni”, per giustificare atti che in realtà erano dettati da un semplice desiderio di sopraffare un soggetto più debole, per indebolirlo ulteriormente e rafforzarne la dipendenza emotiva dal diretto superiore. Non era il “bene” del giovinetto ad essere ricercato, ma l’esatto contrario. Sono le stesse argomentazioni che i pedofili oggi portano avanti e cioè che la loro perversione è un atto d’amore verso il bambino e che è il bambino stesso a desiderare e a gioire delle loro particolari attenzioni.

Comunque, oggi come oggi la pederastia vera e propria intesa come nel passato è scomparsa. Credo però che in una forma non ufficiale esista ancora: un adulto maschio, ma anche femmina,  attratto sessualmente da un giovanissimo adolescente, anche del sesso opposto.

Implicazioni giuridiche

Per comprendere fino in fondo cosa rappresenti la pedofilia, credo sia importante analizzare brevemente anche quelli che sono gli aspetti giuridici di tale fenomeno.

Ritengo infatti che la legislazione di un paese determini in sostanza cosa è giusto e quindi “normale” distinguendolo da cosa non è giusto e quindi “anormale”. E’ vero cioè che dalla conoscenza di un fenomeno ne deriva poi la legge che sancirà o meno come “reato” tale fenomeno e, viceversa, è poi proprio in base a ciò che è sancito dalla legge che si darà maggiore o minore rilievo ad un evento criminale come per esempio il comportamento pedofilo.

Il rischio della regolamentazione giuridica è che troppo spesso parte “dall’alto”, cioè vengono prese decisioni da chi non conosce realmente “dal basso” la natura e l’entità del problema. Il rischio, evidentemente, è che una legge inadeguata possa far passare come normali comportamenti che invece normali non sono e dai quali scaturiscono poi tutta una serie di conseguenze estremamente gravi per l’individuo e per la società.

L’attuale legge che regolamenta la “violenza sessuale” (in generale, anche su adulti) è la Legge n. 66/96, che all’art. 609-bis (violenza sessuale) cita: “chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o  subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto; traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”. Tale legge è andata a sostituire quella precedente, inserendo alcune importanti novità sinteticamente riportate di seguito:

1) per “violenza sessuale” si intende anche il rapporto non competo che la persona subisce contro la sua volontà, sotto violenza o minaccia. La precedente legge, invece, distingueva la violenza sessuale vera e propria (rapporto completo) dai cosiddetti “atti di libidine” che rappresentavano tutti quegli atti sessuali al di fuori del rapporto sessuale completo e che, di conseguenza, erano ritenuti in qualche modo meno gravi della violenza sessuale “completa”. La nuova legge, dunque, demanda “al giudice il compito di graduare la pena in relazione alla maggiore o minore gravità della condotta; in sostanza ciò dovrebbe consentire di colpire in modo proporzionato al danno arrecato fatti che, pur non comportando una congiunzione carnale, non per questo debbono considerarsi meno gravi” (D. M. Fergusson, P. E. Mullen, 2004, p. 15).

2) rispetto nello specifico ai minori, tale legge prevede una serie di “circostanze aggravanti” (art. 609-ter) quando l’abuso sessuale sia perpetrato in danno di soggetti che al momento del fatto non avevano ancora compiuto i 14 anni.  Inoltre, se la vittima ha un’età inferiore ai 10 anni la pena è maggiorata.

Stessa pena prevista dall’art. 609-bis è stabilita per chi violenta un minore che non ha ancora compiuto gli anni 16, se il colpevole è l’ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore, o qualora ricopra comunque un ruolo di cura, educazione, istruzione, vigilanza, custodia o convivenza (art. 609-quater).

3) Interessante è poi l’art. 609-quinques (corruzione di minorenne) che stabilisce che “chiunque compie atti sessuali in presenza di persona minore di anni quattordici, al fine di farla assistere, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Estremamente importante è poi la Legge 269/98, che regolamenta lo squallido fenomeno della “prostituzione”, della “pornografia” e del “turismo sessuale” in danno di minori. Non la cito letteralmente in questa sede, ma la segnalo per un discorso di completezza, volendo sottolineare come la Giustizia Italiana sembri aver dato sempre più risonanza ai fenomeni criminosi che coinvolgono i minori.

Un passo in avanti in questo senso credo sia stato fatto con la Legge 41/2009 che ha stabilito il 5 Maggio come la “Giornata Nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia”.

Il passo più grande è rappresentato dall’istituzione del recente Art. 414 bis del Codice Penale (Istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia), che prevede sanzioni anche contro il cosiddetto grooming (adescamento di minori in rete) e contro l’ “apologia della pedofilia”, cioè tutti quegli atteggiamenti, dichiarazioni, iniziative che rientrano in una vera e propria “apologia della pedofilia”. Rispetto a quest’ultimo punto, quindi, dovremmo finalmente non sentir più parlare di Partiti e Associazioni “pro-pedofilia” e far sì che personaggi pubblici non manifestino più così apertamente le proprie inclinazioni pedofile.

Pedofilia femminile

Se il tema della pedofilia è un tema molto scottante. Il tema della pedofilia femminile lo è ancora di più. Infatti se ne parla poco, lo si conosce poco. Credo però che, soprattutto, rappresenti un tasto dolente, un fenomeno scomodo che va a sconvolgere quelle certezze razionali, sociali, culturali e soprattutto emotive che fanno da pilastri all’esistenza di ciascuno di noi. Che la pedofilia non fosse solo di tipo maschile non è certo una novità dei nostri tempi moderni. Già 2000 anni fa, infatti, Petronio descriveva nel Satyricon un gruppo di donne che applaudiva di fronte allo stupro di una bambina di sette anni. Lo stesso Sofocle ci ha donato una storia nota a tutti, che vede come protagonista Edipo diventare amante di sua madre (non propriamente pedofilia, ma comunque incesto madre/figlio). Già nel 1994 il National Opinion Research Center dimostrò come la seconda forma più diffusa di abuso sessuale su minori fosse rappresentata proprio da donne che molestano ragazzi. Nello specifico per ogni tre abusi maschili, ce ne sarebbe uno di tipo femminile (FRUET, 2008).

Anche oggi i dati purtroppo parlano chiaro: l’associazione di sostegno all’infanzia Childline, che gestisce anche una linea amica per i bambini in difficoltà sottolinea come per esempio in Gran Bretagna il numero di bambini che denunciano abusi nei loro confronti compiuti da donne è più che raddoppiato negli ultimi cinque anni. Secondo Childline, in questo arco di tempo il numero di denunce contro le donne è cresciuto del 132%, contro il 27% degli uomini. Solo nel 2008, 2.142 bambini hanno chiamato l’associazione per parlare di abusi pedofili agiti da donne, mentre 6.000 sono quelli che hanno accusato un uomo.

Per Childline, gli abusi sessuali contro i bambini compiuti dalle donne sono ora il 25% del totale (dal sito www.bambinicoraggiosi.com)

Di rilievo è la maxi-operazione “Smasher”, che con le sue 300 perquisizioni e gli oltre 16.ooo mila file sequestrati pedo-pornografici, ci ha dato la riprova che esiste una rete criminale che opera sul settore del sesso con i bambini, una rete criminale potente perché fonte di stratosferici guadagni. In questa operazione è emerso come nei filmati ritrovati le violenze erano efferate, ed erano commesse da uomini e anche da donne (dal sito www.dalpaesedeibalocchi.com)

Uno studio condotto negli anni ’80 negli USA, afferma che il 20% degli abusi commessi su minori di sesso maschile e il 5% di sesso femminile, erano stati commessi da donne (dal sito www.tifeoweb.it).

Recentemente ha sconvolto la notizia di una donna statunitense, madre di quattro figli, che ha abusato del figlio esibendosi di fronte ad una webcam e inviando poi i file a un diciottenne inglese arrestato per possesso di materiale pedopornografico.

A lei la polizia è arrivata dopo che le autorità del West Midlands, in Gran Bretagna, hanno arrestato il diciottenne per possesso di materiale pedopornografico: hanno rintracciato il video e, grazie alla collaborazione con la polizia statunitense, sono risaliti all’identità della donna. Nel video la donna avrebbe abusato di uno dei suoi figli, ed è stata perciò incarcerata ed incriminata per violenza sessuale ai danni di minore: rischia almeno 20 anni di carcere (dal sito www.dalpaesedeibalocchi.com).

Autorevoli ricerche rilevano che “ufficialmente” solo il 7% degli abusi è perpetrato da una donna, anche se poi ben il 78% dei pedofili riferisce di aver subito nell’infanzia abusi sessuali da donne, in particolare dalle madri (L. Petrone, 2005).

Kaplan, (1991) sottolinea che i clinici non sono stati in grado di identificare le perversioni nelle donne, poiché implicano delle dinamiche più sottili rispetto alla sessualità più prevedibile delle perversioni maschili.

Infatti, gli esperti hanno riscontrato che le parafilie maggiori più note, come il vouyerismo, il frotteurismo, il feticismo, sono riscontrabili quasi esclusivamente nei maschi; cosi come il sadismo sessuale e’ raramente presente nei soggetti femminili, mentre il numero dei masochisti di sesso maschile e’ di gran lunga più alto di quello relativo al sesso femminile. Lo stesso si può dire della pedofilia. Invece, l’unica parafilia dove i soggetti di sesso femminile sono in numero paragonabile a quelli di sesso maschile e’ la zoofilia.(dal sito www.aquiloneblu.it).

Un articolo sul sito www.sorelleditalia.it rileva che il 2% dei siti pedopornografici in rete, contengono fotografie e immagini dedicate a donne e un aumento vertiginoso del turismo sessuale femminile, che conferma che la sessualità delle donne è diventata più maschile. La donna che lo pratica è sui 45 anni e forse nel suo pagare un ragazzino cerca delle conferme, o qualcuno da dominare totalmente.

Negli ultimi mesi sono venute alla ribalta storie di maestre di asilo pedofile. Un esempio per tutti è rappresentatola dal caso Rignano Flaminio: dalle indagini sembrerebbe che fossero messi in atto abusi da parte di maestre su bambine molto piccole. Nello specifico, in questo caso le presunte donne pedofile pare facessero anche parte di una setta satanica all’interno della quale i bambini venivano abusati e torturati durante rituali in onore di Satana (C. Cerasa, 2007).

Uno dei maggiori autori che si è occupato di pedofilia femminile è senza dubbio Loredana Petrone. L’autrice (2005) ritiene che <<La donna abusante è una donna che non ha ricevuto le adeguate protezioni durante la sua infanzia, e attraverso un meccanismo di coazione a ripetere, infligge ad altri le stesse ferite a cui è stata sottoposta. Dal groviglio emozionale confusionale in cui versa, riuscirà a trarne sollievo solo attraverso la reiterazione dell’atto violento>> (p. 45).

Da questo punto di vista, credo che l’origine della pedofilia nella donna non si discosti molto da quella dell’uomo: nell’infanzia, invece di ricevere amore, si è stati maltrattati e questo maltrattamento verrà rimesso in atto poi da adulti su soggetti più deboli come i bambini. E’il ben noto meccanismo del “circolo vizioso della violenza e dell’abuso”, e cioè semplicemente scaricare a valle da adulto tutto quanto subito a monte nell’infanzia. All’epoca si era totalmente impotenti di fronte allo smisurato potere dei genitori, oggi ci si vendica su chi oggi è fragile come lo si è stato in passato. E’sostanzialmente quello che già Freud denominò il meccanismo inconscio della “coazione a ripetere”.

La personalità della pedofila

Petrone (2005) individua almeno tre differenti tipologie di donne abusanti, all’interno delle quali può inserirsi o meno il comportamento pedofilo:

1) le donne violente: maltrattano pesantemente e ripetutamente il bambino, finanche a giungere ad atti di sadismo vero e proprio. Queste donne hanno alle loro spalle a loro volta una storia estremamente violenta, fatta di abusi subiti in tenera età e di un contesto familiare, sociale e culturale molto precario e deficitario.

Ciò porta queste donne a sviluppare poi da adulte dei seri disturbi psicopatologici, di solito collegati ad ansia, depressione, uso di sostanze, scarso controllo degli impulsi.

2) le donne omissive: mettono in atto delle cure parentali inadeguate nei confronti del bambino, come per esempio non nutrirlo come dovrebbero in base all’età, non curarlo o non curarlo efficacemente quando è malato. E’in sostanza quello che viene definito “discuria”, cioè “mi prendo cura di te, ma male o solo parzialmente” ed è diverso dal concetto di “incuria”, dove il bambino davvero non è considerato minimamente nei suoi bisogni affettivi e fisiologici, “non ti considero proprio/non mi interesso a te”. Come vedremo, esiste anche l’ “ipercuria”, fenomeno per cui ci si prende eccessivamente cura del bambino, creandogli così comunque dei danni.

3) le donne vendicative: si vendicano sui propri figli del male subito nella loro infanzia. Questo meccanismo in realtà avviene anche nelle precedenti tipologie di donne, ma per lo più è un processo di tipo inconscio. Nelle donne vendicative invece, oltre sicuramente ad una quota inconscia, c’è anche una forte componente conscia, consapevole: “Ti faccio questo così come lo hanno fatto a me”/ “Non ti do quest’altro perché a me non è stato dato”. E’come se la madre, benché adulta, si mettesse alla pari con il proprio bambino, non considerandolo nella sua fragilità, sentendosi lei stessa in qualche modo ancora una bambina a cui è stato negato l’amore di cui ogni bambino ha bisogno. La donna così non riesce a percepire fino in fondo il disagio del bambino, perché è bambina anche lei, perché c’è lei stessa in primo piano, perché è impossibilitata emotivamente a dare al piccolo ciò che non è in grado di dare, non avendolo ricevuto lei per prima.

Anzi, inconsciamente la donna vede nel bambino anche i genitori che l’hanno maltrattata e contro i quali ieri non poteva reagire, ma sui quali oggi invece può rifarsi.

Sempre Petrone (2005) individua specificatamente una serie di “tipologie di pedofila”:

4) pedofila latente: è la donna che, pur avendo fantasie e pulsioni orientate al sesso con i bambini, da sempre le “reprime”, avendo introiettato norme e valori morali e sociali che evidentemente non prevedono queste sue inclinazioni.

5) pedofila occasionale: è una donna che tendenzialmente svolge una vita “normale” nel paese dove vive, ma che di tanto in tanto si concede un’esperienze sessuale trasgressiva in paesi con forte tasso di turismo sessuale (Cuba, Carabi, Thailandia). In questi paesi la donna pedofila può dare libero sfogo a quegli istinti che nel proprio paese di appartenenza non potrebbero in alcun modo essere soddisfatti, se non rischiando la galera.

Nello specifico queste donne tendenzialmente hanno tra i 40 e i 50 anni, sono single o divorziate e il loro livello socio-culturale è medio-alto.

6) pedofila dalla personalità immatura: è una donna che non ha raggiunto un normale sviluppo affettivo adulto e riesce a relazionarsi solo con persone molto più piccole di lei, molto fragili, visto che i coetanei adulti la spaventano molto. Di solito è una pedofila “dolce”, non aggressiva, che utilizza atteggiamenti di tipo seduttivo e passivo: sfrutta la naturale curiosità del bambino per il sesso, iniziandolo al sesso prima mediante fiabe, poi con foto e video pornografici. Il suo amore per il bambino viene molto “idealizzato”, come fosse una sorta di “amore romantico perfetto”.

7) pedofila regressiva: è una donna che tendenzialmente ha raggiunto una maturità relazionale adulta, ma non ancora in modo completo. Nelle situazioni di forte stress psicologico, la donna può sentire di “non farcela” e “regredire” dunque in un comportamento “infantile” che vede se stessa, in primis, come “bambina” e rivolgendo il proprio interesse sessuale verso i bambini reali.

8) pedofila sadico-aggressiva: c’è una trasformazione dal ruolo di vittima a quello di carnefice. La donna che ha subito gravi abusi nell’infanzia, può ora “vendicarsi” sui più deboli così come in passato quelli più forti hanno fatto con lei. E’sempre evidente una fortissima componente “antisociale”, per cui il bambino non è minimamente visto nella sua persona, ma semplicemente come oggetto su cui scaricare rabbia e angoscia rimosse nel passato.

9) pedofila omosex: vede nella bambina la bambina che è stata lei, non amata dalla propria madre. Il sesso diventerebbe così un modo per entrare in contatto profondo con il proprio Sé-bambino, per amarlo e proteggerlo come avrebbe voluto fosse stato fatto in passato dalle sue figure di accudimento.

Come per la pedofilia maschile, anche la pedofilia femminile può esprimersi in svariate forme:

 

1) Pedofilia intrafamiliare: gli abusi vengono perpetrati tra le mura domestiche, proprio lì dove il bambino dovrebbe essere più al sicuro, protetto dai pericoli e dai nemici esterni che, invece, sono interni.  E’ la forma di pedofilia più diffusa e quella che reca i danni maggiori alla vittima: il bambino, infatti, vede il proprio linguaggio, quello della tenerezza, che usa per comunicare con i genitori, venire “frainteso” da questi e interpretato erroneamente come un linguaggio sessuale, passionale, adulto. Dunque alla “richiesta affettiva infantile” del bambino si risponde con una “risposta sessuale adulta” (Ferenczi, S., 1933).

Bonfiglio e Vergenelli (1993) identificano alcune caratteristiche della donna pedofila che mette in atto il suo comportamento all’interno del proprio contesto familiare:

– età media intorno ai 25 anni

– matrimonio precoce e conflittuale, contratto per esempio per fuggire dalla famiglia di origine.

– presenza di patologia ostetrica o di precedenti aborti

– patologia psichiatrica

– abusi subiti in tenera età

– basso livello socio-economico

– alcolismo/tossicodipendenza

 

2) Pedofilia extrafamiliare: il comportamento pedofilo è messo in atto al di fuori del proprio contesto familiare. Questo può avvenire semplicemente in luoghi fuori dalla famiglia ma comunque “vicini”, come a scuola, in chiesa, a casa di parenti e amici. Non mancano in questo senso notizie diffuse dai media.

 

3) Turismo sessuale: oggi, l’età di queste donne varia dai 25 anni circa ai 50 anni, mentre le motivazioni che le spingerebbero ad alimentare il desiderio di vivere una notte di sesso con bimbi di 6-7 anni o di 11-12 sono sempre le stesse: la soddisfazione sessuale e l’appagamento materno (www.psicoterapie.org). Differenti sono le mete e rispetto a quanto riportato dall’indagine di alcuni anni fa di Panorama, si evidenzia come il mercato si sia adeguato anche alle richieste delle donne pedofile. Le donne nordamericane si indirizzano, per la maggior parte, verso i Caraibi; mentre le europee provenienti dai ricchi paesi occidentali preferiscono come mete il Marocco, la Tunisia e il Kenya e, per le destinazioni più lontane, la Giamaica e il Brasile. La Thailandia, invece, è la meta preferita dalle donne giapponesi che, con voli charter, raggiungono i centri specializzati in massaggi sadomaso di Bangkok. A Marrakesh trascorrono dei periodi le scandinave e le olandesi che consumano notti d’amore in acconto, cioè se la notte trascorsa non è stata soddisfacente la prestazione non viene pagata. Più recentemente arriviamo al turismo sessuale femminile in Sri Lanka. Dalla testimonianza di volontari del posto, si apprende che le “turiste” arrivano portandosi da casa ormoni e droghe da somministrare a bambini dai 6 agli 11 anni, per consentire fisicamente l’atto sessuale (www.psicoterapie.org). Secondo il resoconto di una dottoressa che ha visitato alcuni di quei bambini, il trattamento ormonale per ottenere l’erezione avviene tramite l’iniezione degli ormoni nei testicoli: questo causa l’abnorme ingrossamento dell’organo sessuale del bambino che non tollera più di 5-6 di tali iniezioni e i danni spesso sono letali (www.repubblica.it). Negli ultimi anni sembra esserci stato un incremento esponenziale dei casi di pedofilia al femminile e tale fenomeno è particolarmente accentuato e ben visibile negli Stati Uniti. L’aumento della casistica di questo tipo di crimine confermato dalla cronaca nazionale e internazionale, non è dovuto ad un effettivo incremento del fenomeno, quanto piuttosto ad un’accresciuta sensibilità verso di esso, sia da parte degli operatori sanitari e sociali, sia da parte della società. Quello che differenzia la pedofilia femminile odierna da quella del passato è la sua espressione manifesta, la sua patologica volontà di uscire allo scoperto, quasi per voler rivendicare un posto accanto a quella maschile. (L. Petrone, M. Troiano, 2005). Ecco allora che debuttano, le prime donne indagate per pedofilia, i primi arresti, le turiste sessuali, la scoperta dei primi siti internet per donne pedofile. Pensiamo per esempio, che se all’inizio del 2004 le associazioni femminili pedofile che agivano su internet erano 5, solo nel 2007 siamo arrivati a 36, come riportato dall’associazione Meter, che da anni si occupa del fenomeno pedofilia (M. Valcarenghi, 2007).

In Thailandia questi poveri bambini, vittime del turismo sessuale, per il 50% hanno contratto l’HIV e, non appena i sintomi della malattia si affacciano, vengono uccisi senza lasciare traccia (Petrone, 2005).

La pre-pedofilia        

Petrone (2005) sottolinea inoltre un aspetto a mio avviso molto importante e cioè il concetto di “pre-pedofilia”. Tale termine indica quella sottile, complessa e perversa dinamica  che ha vita quando la donna/madre non mette lei stessa in atto comportamenti pedofili nei confronti del figlio, ma rimane comunque “complice” di quegli altri individui che invece abusano davvero del bambino.                                        E’ un fenomeno che rientra nel più generale concetto che lo psicoterapeuta Andrea Vitale (2008) definisce “coazione a veder ripetuto”: “non sono io a farti del male come già altri in passato lo fecero a me, ma lo lascio fare ad altri al posto mio, potendo comunque così io godere della mia spinta inconscia a rifarmi su terzi del male subito”. E’come il meccanismo della coazione a ripetere, solo “filtrato” dalla presenza attiva di un’altra persona che, come dire, fa per interposta persona il lavoro sporco al posto di un altro.

“Il suo “far finta di non vedere” è una ulteriore violenza ai danni delle piccole vittime, abusate e non protette da coloro che invece dovrebbero amarli e tutelarli. Il tradimento avviene su tutti i fronti e le piccole coscienze distrutte e i piccoli corpi martoriati vengono lasciati soli a se stessi. Queste donne, che se pure non hanno agito direttamente l’abuso, si sono macchiate dello stesso crimine perché, proprio come il loro compagno, non hanno considerato i bambini persone, li hanno ostacolati e menomati nello sviluppo fisico e psichico, li hanno piegati alle proprie ingiustificate e insane esigenze” (L. Petrone, 2005, p. 54).

Il fenomeno della pre-pedofilia da parte della figura materna, si può verificare perché il compagno è un pedofilo e l’amore e la dipendenza patologica nei confronti del partner, la porta a seguire le inclinazioni di quest’ultimo. Pensiamo alla compagna del “mostro di Marcinelle”, che lo seguiva assecondando i suoi agiti o al caso, più recente, di questi giorni in Austria, dove un padre ha relegato la figlia per anni nello scantinato di casa, ha avuto da lei sette figli che ha poi cresciuto con la moglie, ossia la madre della ragazza. In moltissimi casi di incesto infatti, oggi come ieri, vi è una madre a dir poco assente, non attenta alla sua realtà familiare, non in grado né di essere moglie né di essere mamma (M. Malacrea, A. Vassalli 1990). È proprio il fallimento come donna e come madre, la paura di perdere il partner, a essere alla base del comportamento complice. Avviene infatti che la madre sappia dell’abuso, ma non faccia niente per impedirlo; anzi, se la figlia le rivela l’accaduto, l’accusa di mentire, di essersi inventata tutto, facendo sì che il marito continui a perpetrare l’incesto.

Spesso la moglie vede nel marito una perdita di interesse nei propri confronti e, per non essere abbandonata, “suggerisce” in modo più o meno inconscio una relazione “sostitutiva” con la figlia. Molto spesso, infatti, i figli diventano oggetto di attenzioni sessuali nel momento in cui la madre non riesce più a svolgere il suo “ruolo sessuale” all’interno della coppia genitoriale (G. Mandorla, 2005).

La pre-pedofilia ha manifestazioni differenti: può essere sottile, più silente e                             mascherata, come nelle famiglie incestuose, oppure essere più evidente, più ostentata, come nel caso di madri che “spingono” i figli in relazioni con altri abusanti, che addirittura “vendono” le prestazioni dei loro figli o che partecipano attivamente a giochi sessuali perversi con questi.                                                                                                                                                       

Come ben descritto da Caputo (1997), la madre, di fronte ad un abuso subito dal figlio da parte del marito, può reagire come una:                                                                                                                                                                                                                                             

1) madre complice: può variare da atteggiamenti ambigui (“complicità inconscia”) per cui la donna non è consapevole del fatto che una parte di sé è “favorevole” a che l’abusi si verifichi ed essere mossa da un’incontrollata pulsione a fare in modo che la “fatalità” dell’incesto si avveri, fino al vero e proprio aiuto fisico al coniuge che usa violenza alla figlia (“collusione manifesta”). L’inesistenza di relazione materna nei confronti della figlia ed affettiva nei confronti del marito; proprio questo atteggiamento può indurre talvolta il marito a dedicare morbosa attenzione alla figlia.

2) madre assente: è la madre che non è riuscita a stabilire un rapporto sano, autentico, di fiducia con i propri figli. Di fronte all’abuso del figlio non si sente “toccata” più di tanto, non si sente “emotivamente coinvolta” come figura di protezione e di responsabilità nei suoi confronti.

Secondo Petrone (2005) è possibile classificare varie tipologie anche di donna pre-pedofila:

1) la madre che collude: è la massima espressione della donna pre-pedofila. La madre, inconsciamente ma anche consapevolmente, sacrifica, o per meglio dire “da in pasto” a pedofili conclamati il proprio bambino, soddisfacendo così il proprio bisogno di aggredire e umiliare l’altro rimanendo però in ombra, in una posizione “passiva”.

 

2) la donna che dipende: ha una personalità estremamente fragile. Non è dunque in grado di svolgere il proprio ruolo biologico di protettrice dei piccoli e non ha alcun potere all’interno della famiglia, ma è subordinata totalmente alla figura del partner.

3) la donna vittima: è sempre il discorso del circolo vizioso dell’abuso, per cui queste donne, come dimostrano molti studi, sono state in passato a loro volta vittime di abusi sessuali. In questo caso, oltre alla motivazione inconscia a rifarsi su terzi del male subito nell’infanzia, la donna mette in atto i ben noti meccanismi di difesa della negazione, della rimozione e della repressione, per cui le emozioni devastanti legati all’incesto messo in atto da un altro familiare vengono non riconosciute e dunque in qualche modo cancellate. La madre diventa allora ella stessa la piccola bambina di un tempo, che rimane inerme di fronte alle violenze agite da altri più forti.

Gli studi di Everson (1997) rilevano che solo il 40% delle madri delle vittime si schiera dalla parte di queste una volta venute a conoscenza dell’abuso.

L’autore, inoltre, divide le madri in base alle loro “reazioni” di fronte all’abuso dei figli da parte di un altro familiare:

4) la madre molto protettiva: crede al racconto del figlio, si schiera dalla sua parte, lo difende. Decide così di troncare il rapporto di coppia con il marito, già di per sé ormai deficitario e di scegliere il bene del figlio. Chiaramente una reazione materna del genere è per il figlio abusato una grande risorsa.

5) la madre poco protettiva: è rappresentata da quella donna che per suoi limiti personali non si accorge di fatto o non si vuole accorgere degli abusi che il figlio subisce dal marito. E’in questo senso totalmente assente nei confronti del figlio. In passato h anche lei dovuto subir maltrattamenti fisici o sessuali e, come era impotente allora nei confronti di chi le faceva del male, lo è ora nei confronti di chi fa male alla sua prole.

6) la madre ambivalente: la donna si accorge dell’abuso, in qualche modo ci soffre, vorrebbe intervenire, ma poi di fatto è combattuta. Riconosce il male, ma in qualche modo cerca anche di “minimizzarlo”, per limiti personali, ma anche per paura di ripercussioni sul rapporto di coppia e sull’”immagine” della famiglia. La soluzione ideale a questo suo conflitto sarebbe che l’abuso si interrompesse da sé.

Ritengo opportuno a questo punto fare un piccolo inciso personale su quanto emerso fin qui rispetto alle varie tipologie di donne pedofile.

In primo luogo vorrei sottolineare come, indipendentemente dalle differenti tipologie di donne maltrattanti o pedofile, in realtà le differenze non sono così nette, ma più che altro sfumate e graduali tra una tipologia e l’altra.

Sfumature differenti si hanno a livello “fenomenologico”, cioè rispetto al “come” si esprime e si traduce la spinta pedofila, ma rispetto al “perché” e quindi alla sua “origine”, le differenze vanno di fatto a livellarsi.

Infatti alla base del nucleo inconscio profondo di queste donne ci sono sempre e comunque almeno due spinte emotive di base molto potenti: la paura per quello che hanno subito nel loro passato e la rabbia verso quei carnefici, che però oggi spostano su terzi che non hanno alcuna responsabilità dei traumi subiti. Questo significa che anche la madre vittima ha una rabbia inconscia come ce l’ ha la madre che collude, ma evidentemente in misura minore, per cui sulla rabbia (comunque presente) prevale la paura. Allo stesso modo, al di sotto della rabbia inconscia della madre che collude, c’è comunque sempre presente un forte sentimento di paura.

Questo senza togliere valore al fondamentale concetto di “sovradeterminazione”, per cui come per ogni altro comportamento umano complesso possono coesistere più motivazioni consce e inconsce che si organizzano in base ad una gerarchia di motivazioni. Questo significa che, per esempio, la paura e la rabbia di cui sopra come abbiamo visto possono avere minore o maggiore rilevanza l’una sull’altra. Inoltre, oltre a queste due emozioni di base, potrebbe essere determinante nel comportamento pedofilo anche una componente legata per esempio alla “trasgressione”: la pedofilia viene a rappresentare in questo senso “anche” (e sottolineo “anche” perché di certo non si diventa pedofili per puro spirito di ribellione o trasgressione) un modo per andare contro i normali valori di una famiglia o di una società vissuta come ostile.

Oppure ancora, il rapporto sessuale con un minore potrebbe essere l’unico possibile e appagante per l’individuo, magari in seguito a ripetuti fallimenti con adulti dell’altro o dello stesso sesso. In questo modo il soggetto potrebbe andare così a soddisfare “anche” il suo bisogno di sentirsi uomo o donna, sessualmente attivi e capaci.

In secondo luogo, credo che più che di pre-pedofilia, si possa meglio parlare di para-pedofilia o atteggiamento simil-pedofilo (Quattrini F., Costantini A., 2011). Il suffisso “pre”, rimanda secondo me troppo ad una fase che inevitabilmente “precede” una pedofilia conclamata (come avviene solitamente in ambito psichiatrico).

Questo è effettivamente vero, perché immagino possa accadere che una donna cominci la sua “carriera pedofila” come pre-pedofila per poi divenire una pedofila vera e propria. Più in generale, però, credo che la pre-pedofilia sia già di per sé uno stato (se non addirittura un tratto di personalità, così come avviene per i tratti di personalità comuni nei pedofili) che può rimanere tale per periodi di tempo molto lunghi se non addirittura per sempre.

Comunque anche parlare di pre-pedofilia rimanda ad un qualcosa “che si ferma un attimo prima di” diventare qualcos’altro di diverso e ben definito ed in questo senso trovo comunque valido l’uso del termine.

Più in generale, credo che questo aspetto in particolare della pedofilia femminile sia di fatto l’unica vera grande differenza con la pedofilia maschile.

Il pedofilo uomo infatti, benché non necessariamente debba essere uno spietato assassino seriale di bambini come nel ben noto caso del “Mostro di Marcinelle”, nella stragrande maggioranza dei casi ricopre un ruolo molto attivo in quella che è la relazione pedofila con il bambino. Questo sia nella fase dell’adescamento e del corteggiamento, sia nella fase della molestia o violenza fisica vera e propria.

Difficilmente si riesce ad immaginare un pedofilo che attui la sua perversione per interposta persona, come avviene per le donne pedofile, ancor meno lo si riesce ad immaginare “complice passivo” di una donna pedofila attiva.

Questa “variante” potrebbe anche verificarsi in teoria, ma dagli studi e ricerche del settore non sembrano provenire dati rilevanti.

Anche dai mass-media non sono mai arrivate notizie del genere.

Altre espressioni della pedofilia femminile

 

Oltre alla pedofilia femminile intrafamiliare, a quella extrafamiliare e a quella legata al turismo sessuale, altre forme di pedofilia al femminile sono rappresentate dalla pedofilia on-line, dalla pedofilia legata al satanismo e dalla pedofilia nell’ambito dell’handicap.

Per quanto riguarda la “pedofilia on-line” sono da menzionare alcuni dati (Petrone, 2005):

1) Gli U.S.A. detengono il primato dei server provider con immagini di minori. Segue al secondo posto il Giappone, poi i paesi dell’Est e infine l’Europa.

2) La pedo-pornografia crea un giro economico immenso: il prezzo delle fotografie in reta va dai 30 ai 130 euro; i cd con i cataloghi dei bambini offerti vanno dai 78 ai 130 euro; i filmati, quelli più richiesti, dai 260 euro in su, ma vengono venduti anche a cifre molto elevate se si tratta si scene violente (snuff-movie).

3) in tutto il mondo sono circa 29.000 i siti pedofili denunciati e oscurati dalle polizie internazionali.

4) su internet circolano almeno 12 milioni di immagini di pedo-pornografia, mentre i bambini coinvolti sono circa 2 milioni e mezzo.

5) il 7°% delle immagini in rete riguarda bambini tra i 4 e gli 8 anni e non vengono risparmiati nemmeno i neonati.

6) nel 1989 per la prima volta circolano in rete immagini pedo-pornografiche.

7) nel 2003 la prima scoperta ufficiale di 5 siti internet per donne pedofile.

Per quanto concerne la “pedofilia nei culti satanici”, bisogna sottolineare come il sesso sia considerato uno strumento fondamentale per entrare in contatto con il Maligno. Alcuni sono gli aspetti da sottolineare di questo raccapricciante fenomeno:

a) alta percentuale di donne che abusano di bambini, spesso le stesse madri. Rivestono frequentemente il ruolo di “sacerdotesse”

b) età delle vittime tra gli 0 e i 6 anni

c) rituali sessuali sempre accompagnati da torture fisiche di vario genere

d) abusi “di gruppo” sul singolo bambino

Purtroppo neanche il già di per sé complicato mondo della “disabilità” viene risparmiato dai pedofili:

a) i bambini con handicap sembrano essere più abusati di quelli normodotati. Su un campione di 445 bambini portatori di handicap, l’incidenza dell’abuso sessuale è del 15% contro il 2% del gruppo di controllo rappresentato da bambini senza handicap.

b) i soggetti con un livello “lieve” o “moderato” di disabilità sono maggiormente colpiti, rispetto a quelli con una disabilità più severa

c) nel 44% dei casi gli abusanti sono i familiari, nel 33% gli operatori sanitari e nel 22% gli estranei.

d) i disabili”psichici” sono quelli maggiormente colpiti (56%), quelli con disabilità “multipla” rappresentano il 17% e quelli con disabilità “fisica” l’11%.

e) le denunce sono estremamente rare, visto che il bambino disabile difficilmente riesce a comprendere quello che gli viene fatto e spesso ha comunque enormi difficoltà nel comunicare e nel relazionarsi con gli altri.

Già di per sé la disabilità è una di quelle condizioni predisponenti la vittima ad essere abusata, a causa del disagio e dello stress che può causare in chi si occupa di questa e che, quasi in una sorta di “vendetta”, si rifà su di lei abusandone. In molti casi, la pedofilia femminile nei confronti di soggetti con handicap assume una connotazione del tutto particolare. Molte madri, per “accontentare” il figlio disabile e dunque per permettergli di scaricare le sue normali pulsioni sessuali lo masturbano o hanno rapporti sessuali con lui, giustificando il loro comportamento come fatto “per il bene del figlio”, dal momento che se non fosse per loro, nessuno desidererebbe mai avere un contatto intimo con quello che con disprezzo alcuni chiamano “un errore della natura”. Credo che anche in questo caso la motivazione di fondo dell’adulto non sia l’amore per il figlio, ma sempre una spinta “mascherata” allo sfruttamento fisico del figlio.

Le due pedofilie: pedofilia femminile vs pedofilia maschile

Come accennato in precedenza, credo che la pedofilia femminile sostanzialmente non si discosti poi moltissimo da quella maschile: le cause sono praticamente le stesse, le caratteristiche di personalità sono molto simili e così anche le storie di vita. Anche alcune espressioni delle due pedofilie sembrano essere comuni, come la pedo-pornografia, il turismo sessuale, il verificarsi di abusi incestuosi o al di fuori della famiglia. Cosa cambia allora e quali sono le differenze tra le due forme di pedofilia? Da quanto emerge dai contributi dei vari autori fin qui citati, le differenze sostanziali sembrerebbero riguardare:

1) è molto meno frequente, per un discorso “biologico” e “culturale” che vuole la donna più “passiva e morbida” rispetto ad un uomo più “attivo e duro”. E’anche vero, però, che una buona fetta di pedofilia è indubbiamente “sommersa”, perché come abbiamo visto è più difficile da scoprire, perché più mascherata e sicuramente meno investigata rispetto a quella maschile.

2) la “pre-pedofilia. E’il complesso fenomeno a cui ho dedicato un paragrafo a parte e che sembra essere una prerogativa della pedofilia maschile. Difficilmente si conosce o si riesce ad immaginare un pre-pedofilo uomo: un marito che non abusa direttamente dei propri figli, ma lo lascia fare in modo “passivo”, “indiretto” e più o meno “inconsciamente” a sua moglie. Potrebbero anche verificarsi situazioni del genere (e sicuramente da qualche parte nel mondo già si verificano), ma rappresenterebbero comunque davvero un evento molto raro, ben più raro della pedofilia femminile stessa.

3) a differenza dell’uomo, che per sua natura e per un discorso culturale trascorre ben poco tempo con il proprio bambino, la donna, in quanto madre, trascorre invece con lui gran parte (nei primi anni 24 ore su 24) della giornata. In particolare, la donna si occupa molto anche della cura “fisica” del bambino, cosa che il padre tendenzialmente non fa. Ecco allora che la pedofilia trova molteplici “mascheramenti” per potersi esprimere. Secondo Estela Welldon (1988), la perversione femminile più che attraverso la sessualità, passa attraverso la maternità e attraverso le pervasive strategie di manipolazione del figlio. La madre, infatti, può agire atti sessuali nei confronti del proprio bambino attraverso per esempio “bidet prolungati”, “bagnetti” frequenti in cui le mani della madre esitano più a lungo del dovuto sui genitali del bambino, dormire insieme nel letto matrimoniale o fare insieme il bagno nudi (entrambe queste ultime due situazioni sono, a mio avviso, ben rappresentate nel film “Il silenzio” di I. Bergman). L’uomo pedofilo difficilmente può utilizzare questo camuffamento per molestare un bambino

4) benché anche la donna pedofila possa essere violenta con il bambino e benché, viceversa, anche il pedofilo maschio possa essere “dolce” nel suo approccio con il bambino, tendenzialmente la pedofila non ricorre alla violenza, mentre il pedofilo non di rado lo fa.

5) a differenza dell’uomo, la donna conosce bene la “psiche infantile” e sa meglio di lui come relazionarsi al bambino. Ha per natura una maggiore capacità di empatizzare con lui, di stimolare la sua curiosità, di ispirargli fiducia. In questo senso la donna riesce meglio nel suo intento pedofilo E’un estremo abuso di potere, perché una madre nei confronti del figlio ha un potere pressoché totale, più di quello che può avere lo stesso padre. La madre è come un “dio maligno” che può togliere e può dare a suo piacimento.

6) in virtù di quanto emerso fin qui, è chiaro che un’altra differenza con la pedofilia maschile riguarda i “danni”, le conseguenze psicologiche sul bambino dovute agli abusi. I danni di un abuso “al femminile” sono sicuramente maggiori, perché la mente del bambino non riesce a comprendere come la persona che lo ha messo al mondo e grazie alla quale rimane in vita sia la stessa che gli fa del male. Questo avviene anche se l’abuso è mascherato, il bambino in qualche modo recepisce dei messaggi negativi, ambigui, confusi dalla propria madre. Come sostiene Caputo (1997), molto spesso l’inevitabile conseguenza per un individuo che sia stato abusato dalla propria madre è la “psicosi”, mentre un abuso “maschile”, per quanto terribile, potrebbe essere più facilmente elaborato. Questo sembra essere confermato anche da una ricerca svolta dalla psicologa Daniela Tortolani dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma, che ha rilevato come su un campione di 250 bambini psicotici abusati, le madri rappresentino circa l’11% degli abusanti, al terzo posto dopo padri e conviventi (tratto da Caputo, 1997). Anche un abuso maschile può portare alla psicosi, ma è difficile che un bambino non psicotico abusato sia stato abusato da una donna. L’abuso femminile conduce quasi inevitabilmente alla psicosi. Il bambino, infatti, vive per i primi tre anni un “periodo critico” denominato la Lorenz (1949) “imprinting”, in cui il cervello del piccolo è in formazione e si formerà proprio in base agli stimoli ambientali che riceverà da chi si prende cura di lui. La madre è la persona a cui il bambino si “attacca” di più e il vedere in lei il duplice volto del bene e del male, di chi lo ama e di chi lo uccide, crea in lui il processo psicopatologico del “doppio imprinting” (Vitale, 2008), quando cioè il carnefice e il salvatore coincidono con la stessa persona. In questo caso il cervello va in “tilt”, c’è solo confusione, ci si ammala gravemente.

7) infine, anche le leggi dei vari paesi del mondo sembrano in qualche modo, a parità di reato,  “punire meno” la pedofila del pedofilo. Anche questo credo sia legato ad un discorso più che altro culturale: la donna, la “mamma” in particolare non può mai essere davvero “cattiva” fino in fondo, non come può esserlo un uomo, un padre. Se così fosse, sarebbe duro da accettare e la Giustizia di tutto il mondo si dovrebbe, non senza difficoltà, regolare di conseguenza…

Ripeto, è solamente una questione culturale, perché il comportamento pedofilo femminile è lo stesso e i danni inferti al bambino non solo sono gli stessi di quelli inferti dagli uomini ma, anzi, sono addirittura peggiori.

La famiglia incestuosa

    

Come sostiene M. Valcarenghi (2007) “la pedofilia incestuosa viola allo stesso tempo due tabù della nostra società civile: l’interesse sessuale verso i bambini e quello verso i consanguinei”.

Da un’importante ricerca del Censis relativa al 1984 è emerso che ben l’85% delle denunce di pedofilia riguardavano incesti (M. Valcarenghi, 2007). Solo in Italia si verificano circa 2000 casi di incesto ogni anno (Caputo, I., 1997).

Orfanelli e Orfanelli (2007) sottolineano come  oltre il 90% degli abusi sessuali su minori avviene all’interno della famiglia. Secondo gli autori in questi casi è preferibile parlare di “incesto”: qualsiasi forma di rapporto sessuale tra un minore e un adulto che svolge nei suoi confronti una funzione parentale. Si tratta di incesto, quindi, anche in presenza di genitori affidatari, tutori, parenti, amici stretti della famiglia. Si rimarca così, a mio avviso, come il comportamento pedofilo incestuoso sia ancor più grave di quello che avviene al di fuori della famiglia, visto che i carnefici sono proprio coloro i quali si dovrebbero prendere cura del bambino. Come dire che “il nemico è in casa e non fuori”.

Questi stessi autori rilevano come la forma di incesto più diffusa da sempre sia quella tra padre e figlia, ma si conoscono anche quelle tra madre e figlio e tra madre e figlia. Comportamenti questi ultimi ritenuti i più gravi dal punto di vista delle conseguenze psicologiche delle vittime. “Tutti gli esperti di child abuse sono concordi nel ritenere che una figlia, sia pure a costo di grandissime sofferenze e a patto di ricevere un aiuto terapeutico, può superare il trauma di una relazione con il proprio padre, mentre l’incesto consumato con la madre crea quasi inevitabilmente uno psicotico”  (Caputo, I., 1997, p. 203).

Miriam Johnson, nel suo famoso libro “Madri forti, mogli deboli” (1988) si è occupata molto della donna, del suo essere madre e moglie allo stesso tempo, sottolineando come nelle famiglie incestuose ci sia tendenzialmente una “madre” che non è riconosciuta fino in fondo come “moglie dal marito” che, anche per questo, tende a instaurare una relazione di coppia perversa con la figlia.

Questo è quello che succede, continua l’autrice, nella stragrande maggioranza dei casi, ma non sono infrequenti anche rapporti incestuosi tra madre e figlio. Anzi, secondo l’autrice “se consideriamo il tabù, piuttosto che la persona che lo infrange, ci rendiamo conto che, a causa del dominio maschile, il vero tabù riguarda l’incesto tra madre e figlio. […] il sacrificio viene imposto al bambino maschio, che deve rinunciare al suo legame con la madre. La figlia non deve rinunciare così chiaramente al padre; dato che, dopo tutto, deve diventare una moglie e accettare il controllo del marito, il tabù è meno forte” (p. 229).

Nel 1982 Jean Goodwin presentò degli importanti risultati di una ricerca proprio sugli abusi sessuali e non di madri sui loro figli, in cui si chiedeva ad un gruppo di 100 madri maltrattanti se prima dei 18 anni avessero subito abusi sessuali. Il gruppo di controllo era rappresentato da 500 donne normali della stessa comunità. Da questi risultati emerse che:

a) il 27% delle madri abusanti/maltrattanti aveva subito in passato relazioni incestuose, contro solamente il 3% del gruppo di controllo

b) l’esperienza di incesto non era più frequente nelle madri che abusavano sessualmente dei figli, ma ugualmente frequente anche nelle madri che maltrattavano i figli ad un livello non sessuale.

Questi risultati sottolineano ancora il circolo vizioso dell’abuso e dell’incesto: madri che da bambine o adolescenti sono state abusate in famiglia, tenderanno a loro volta reiterare l’abuso subito sui propri figli, maltrattandoli a livello fisico, psicologico e, in alcuni casi estremi, sessuale (tratto da, Oliverio Ferraris, 1999) .

Questa è la “forma” dell’abuso intrafamiliare, ma andiamo a vedere questa famiglia che caratteristiche ha per renderla candidata ideale per il compimento di abusi al suo interno.

Di solito la famiglia incestuosa è una famiglia dove i confini tra la generazione adulta dei genitori e quella più giovane dei figli sono o molto labili, per non dire inesistenti, oppure, al contrario, sono estremamente rigidi.

Malagoli Togliatti (2002) nel primo caso si parla di confini “diffusi” e di famiglie cosiddette “invischiate”, dove “tutti sanno tutto e […] un’emozione di un singolo è vissuta dall’intero sistema familiare, in quanto non sembrano esserci differenze” (p. 43). Nel secondo caso l’autrice parla di famiglie con confini rigidi, dove i sottosistemi genitori e figli sono talmente distanti a livello di interazione, che lo scambio comunicativo sia di informazioni sia di emozioni diventa impossibile.

Si tratta delle famiglie cosiddette “disimpegnate”.

E’evidente come in entrambi i sopra citati casi le relazioni familiari siano fortemente deficitarie e prestino il fianco a situazioni di rischio soprattutto per lo sviluppo dei figli che, a differenza dei genitori ormai adulti, devono ancora, proprio all’interno della loro famiglia, crescere e formarsi come persone.

Non necessariamente in una famiglia invischiata o disimpegnata si svilupperà tout court un incesto. Certo è che moltissimi studi dimostrano come in un clima del genere le relazioni familiari siano altamente disfunzionali: in entrambi i casi infatti a rimetterci sono tendenzialmente i figli. Figli che vengono considerati “oggetti personali” dei genitori, di cui fare utilizzo in ogni modo e ogniqualvolta se ne abbia la necessità, come se fossero “prolungamenti”, “estensioni” dell’adulto e non persone distinte (famiglie invischiate). Oppure i figli sono tenuti a debita distanza, soprattutto emotiva e il rapporto con loro è molto freddo, rigido, autoritario: anche in questo caso i figli non vengono considerati nei loro affetti, nei loro bisogni, nelle loro fragilità.

In un contesto così disfunzionale spesso si riscontra un terreno fertile per l’instaurarsi di relazioni incestuose e quindi abusanti.

Diversi autori (per es. Petrone L., Rialti, S., 2000) sottolineano come spesso l’incesto si verifiche all’interno di famiglie con genitori molto giovani (circa 25 anni): sono “famiglie premature” in cui il matrimonio precoce è un matrimonio di fuga da conflitti personali e con la famiglia di origine e che si ripercuotono poi sui figli attraverso un generale atteggiamento di scarsa empatia, di scarsa pazienza, dell’uso frequente di punizioni fisiche sul bambino.

Un altro modello che va ad indagare ancor più nello specifico le dinamiche familiari è quello “circonflesso” di Olson (1983): il funzionamento familiare si svolge attraverso tre dimensioni, coesione, adattabilità, comunicazione.

Per coesione si intende la vicinanza o la lontananza emotiva e psicologica tra i vari membri della famiglia.

Per adattabilità si intende invece la capacità dei membri di modificarsi e di modificare l’intera struttura familiare in base agli eventi che si presentano e quindi di affrontare e superare i cosiddetti “compiti di sviluppo” (Malagoli Togliatti, 2002).

Infine, per comunicazione l’autore intende la capacità dei membri di comunicare informazioni ed emozioni ed è quindi un aspetto rilevante della plasticità e dinamicità della famiglia.

E’evidente come una famiglia sarà tanto più funzionale quanto più il livello delle tre dimensioni si attesta a livelli medi, in un normale equilibrio strutturale. In base al posto che una famiglia occupa all’interno delle tre dimensioni e alla interazione tra queste, si parlerà di famiglie “ estreme”, “bilanciate” e “intermedie”.

Le ultime due rappresentano situazioni dove i membri sono coesi, ma allo stesso tempo differenziati e dove persistono buona flessibilità e comunicazione. Sono famiglie funzionali senza alcun spunto patologico.

Le famiglie estreme invece sono altamente disfunzionali perché combinano bassa/alta coesione con bassa/alta adattabilità. Olson ne parla per questo come di “famiglie con emergenze sintomatiche”. Dall’incrocio di tali modelli estremi, scaturiscono una serie di possibili tipologie familiari altamente patologiche: “caotica-disimpegnata”, “rigida- disimpegnata”, “caotica-invischiata”, “rigida-invischiata” (tratto da Malagoli Togliatti, Lubrano Lavadera, 2002).

Da questa breve disamina delle varie dinamiche familiari, si evince facilmente come sfaccettate ed estremamente complesse possano essere le “chine scivolose” (Gabbard, 1995) all’interno di un contesto familiare che potenzialmente portano poi ad una condizione di abuso e di violazioni.

La sindrome di Munchausen per procura

Tra le varie forme di abuso perpetrate, ce ne è una che sembra essere in qualche modo una prerogativa della figura femminile, nello specifico di quella materna. Stiamo parlando della “Sindrome di Munchausen per procura”, una delle forme di “ipercura” più gravi: la madre simula nel figlio segni e sintomi di una qualche malattia e lo sottopone in  modo “delirante” a visite, cure, interventi sanitari, costringendolo in alcuni casi anche a viaggi internazionali, tanto che Montecchi (2005) parla in questo caso di un vero e proprio “turismo sanitario”. Questo crea nel bambino una situazione di forte stress psicologico, di ansia, di paura. Allo stesso tempo, poi, il bambino ha ripercussioni anche a livello fisico, come conseguenza inevitabile dei continui controlli e ricoveri. E’un disturbo molto serio, che il DSM IV TR (2000) colloca tra i “disturbi fittizi” e che molti autori sono concordi nell’inquadrarlo in un contesto clinico di tipo “psicotico”.

Esiste anche la Sindrome di Munchausen (non “per procura”), in cui l’individuo simula su se stesso i sintomi di una malattia per poter ricoprire costantemente il ruolo di “malato” ed essere quindi “curato”. E’un modo evidentemente di utilizzare il “corpo” per manifestare un disagio che è invece di natura fortemente “emotiva”. La sindrome di Munchausen per procura diventa, allora, una sorta di “utilizzo” del corpo dell’altro per soddisfare bisogni emotivi personali. La sindrome di Munchausen prende il nome dal personaggio letterario del Barone di Munchausen, che era noto per le sue storie “fantastiche” accompagnate da viaggi incredibili. La sindrome di Munchausen per procura è anche chiamata “Sindrome di Polle”, dal nome del figlio del Barone. La madre, chiaramente, non desidera “consciamente” danneggiare il proprio bambino, ma “inconsciamente” trasmette su di lui le proprie paure legate alla propria storia di vita. Questo atteggiamento permette alla madre da una parte di scaricare in qualche modo sul figlio la sua aggressività (il bambino, infatti, subisce un forte stress) per cure parentali inadeguate ricevute nella propria infanzia, dall’altra soddisfa il suo bisogno “narcisistico” di sentirsi fondamentale nel “prendersi cura” dell’altro: “senza di me mio figlio sarebbe spacciato, per fortuna che io me ne occupo e lo curo”.

Montecchi (2005) individua altre forme di ipercura molto simili alla sindrome di Munchausen per procura:

1) sindrome psicopatologica per procura: tipica di madri “psicologhe” o che svolgono un lavoro “psicologizzato”. Ogni segnale di natura emotiva manifestato dal figlio, viene letto in termini “psicopatologici” per cui frequenti diventano controlli e visite da esperti del settore.

 

2) pseudo-abuso sessuale per procura: madri che spesso hanno subito nell’infanzia abusi o molestie sessuali, si convincono che il proprio figlio abbia subito abusi sessuali e lo sottopongono a ripetute perizie mediche e psicologiche

3) sindrome da indennizzo per procura: nel caso di un infortunio del bambino, i genitori descrivono “per lui” una serie di sintomi a cui il bambino si adegua fino a quando non viene indennizzato

4) chemical abuse: abuso di sostanze chimiche come farmaci, ma anche sostanze innocue come acqua o sale, che il genitore somministra al bambino in dosi eccessive creando danni alla sua salute fisica e psichica. Questo nella errata convinzione che il figlio sia malato.

5) medical shopping per procura: preoccupazione eccessiva per la salute del bambino, che spinge i genitori a consultare continuamente i medici, senza mai però riuscire a rassicurarsi definitivamente. Rappresenta una sorta di “ipocondria per procura” ed è dunque appartenente all’area delle nevrosi d’ansia e fobiche.

Petrone (2005) individua anche il cosiddetto fenomeno dell’ Help seekers, in cui la madre si comporta nei confronti del figlio come avviene per la Sindrome di Munchausen per procura, ma con la differenza che la durata del suo comportamento è circoscritta nel tempo e rappresenta un bisogno della madre in un periodo particolarmente difficile della sua vita.

Conclusioni e riflessioni

Come abbiamo visto il tema della pedofilia, e in particolare quello della pedofilia femminile rappresenta un mondo davvero complesso, non semplice da comprendere fino in fondo in tutte le sue molteplici sfaccettature. La psicologia, la psichiatria, la giustizia, la società, i media molto spesso si contraddicono tra loro, non riuscendo a tracciare un quadro esaustivo del fenomeno e non riuscendo quindi il più delle volte ad essere efficace nella comprensione e nella risoluzione del problema. Troppo spesso si punta a risolvere il tutto in un modo troppo “semplicistico”, altre ancora si tende a “sensazionalizzare” quello che in realtà altro non è che “orrore”, orrore per le vittime, orrore per la società, orrore per ognuno di noi.

Credo che molto si possa e si debba fare per “sensibilizzare” al problema, per “informare” e quindi per “prevenire”: utilizzare scuola, media, corsi di formazione, convegni e tutto quanto è in nostro possesso per aiutare le povere e innocenti vittime che ogni giorno sono in balia dei pedofili e sia, in un secondo momento, per aiutare anche i pedofili stessi che, prima ancora di divenire dei “mostri”, sono stati loro per primi vittime di gravi abusi e maltrattamenti. Con questo non voglio “giustificare” i pedofili che, anzi, condanno sempre e comunque per il male che commettono sui bambini. Credo, inoltre, che il primo grande aiuto sia inevitabilmente e necessariamente da rivolgere esclusivamente alle piccole vittime. Ciò però non toglie il fatto che per debellare definitivamente questa piaga oscura che sembra da sempre affliggere i nostri animi, sia necessario un intervento di rete che contempli anche la cura e il sostegno del pedofilo. Infatti ritengo che la semplice pena detentiva, benché giusta e meritata, non risolva di fatto il problema. Una volta uscito di prigione il pedofilo avrà sì scontato la sua pena per il male che ha compiuto, ma difficilmente avrà cambiato la sua personalità e le sue “pulsioni”. Non basta la “punizione” e la conseguente “paura della punizione” per risolvere il problema.

Più in generale, credo che prima ancora di parlare di “lotta alla pedofilia”, si dovrebbe prima creare tutta una nuova “cultura del bambino”, sensibilizzando la società tutta a quello che è di fatto il mondo del bambino, i suoi sentimenti, i suoi bisogni. Questo porterebbe ad un maggiore rispetto e ad una maggiore considerazione di ciò che in definitiva ognuno di noi è stato e che in qualche modo ognuno di noi ancora è.

di Alessandro Costantini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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[1] Per comprendere la non scientificità e gli orrori della teoria freudiana si veda COSTANTINI A. (in press), Meravigliosa infanzia. Dalle menzogne di Freud alle verità sul bambino, Torino, Il Leone Verde, in press.

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Movimento Infanzia