Processo sommario su madre: il caso di un giornale.

Di Vittoria Camboni

Due giorni fa è comparso un articolo di cronaca di un giornale di Busto Arsizio intitolato così: “Insulti a magistrati e periti. Madre social denunciata”

Nell’articolo si dice, in poche parole, che una madre è stata denunciata per diffamazione da una psicologa del tribunale che seguiva la separazione della donna. Cioè: un privato cittadino che denuncia un altro privato cittadino. Ho cercato di capire se fosse una iniziativa della questura, dato che il fatto ricorreva addirittura sulla cronaca giornalistica. Niente, rimaneva una querela di una parte verso un’altra. Lo scritto approfondisce i motivi, circostanzia i fatti, riferisce gli episodi raccontati dalla parte querelante. E poi si sofferma su una parola, una sola della parte accusata, sempre fornita dalla querelante. E’ una definizione: “la donna si definisce pedagoga”.

In questa infelice storia c’è un universo narrativo: ci sono i personaggi, c’è una trama, c’è un narratore terzo.

Ma non è un romanzo, è l’articolo di un giornale realmente esistente. E’ il contributo professionale di un giornalista che reputa di avere il potere di imbastire un processo sommario verso una persona querelata da una parte. Come se non bastasse, il giornalista ci informa di una denuncia per diffamazione e si comporta in modo esattamente speculare: diffama egli stesso. La donna lo ha fatto sui social, egli lo fa su un giornale attraverso il suo ruolo.

Riepilogando: c’è una separazione conflittuale di due coniugi che hanno una figlia. Finiscono in tribunale, il quale  (come di routine) incarica una psicologa per una consulenza. La madre opina i contenuti della consulenza ma non è ascoltata. A detta della donna la situazione è gravissima per la figlia e lei. Non regge, esplode e ne scrive pubblicamente sui social (il giornalista omette di dire che, prima di esplodere, era già stata depositata una querela, dalla madre, contro la psicologa).

Successivamente viene depositata una querela da parte della psicologa. A questo punto entra in gioco il giornalista, il quale ci informa solo della querela della psicologa e ci dà la versione del denunciante, punto. Anzi no, ci dà anche la descrizione che il denunciante fornisce circa l’autodefinizione della donna ( “la donna si definisce una pedagoga”) con lo scopo di mettere la vittima in una cornice derisoria. Anzi, non ancora basta: il giornalista ha sentenziato, anche: la psicologa subisce stalking, è definitivo, perché lo dice lei. Senza processo, l’udienza è tolta.

La cosa più grave di questa vicenda si annida nel pregiudizio, nell’uso distorsivo di un ruolo professionale (psicologa e giornalista) per mettere a tacere una povera crista che, forse, a questo punto avrà tutte le ragioni per essere esasperata: è calata in una maglia di abusi di potere.

Questo non è un Paese civile se ammette che una persona in condizione di debolezza sia brutalizzata dai Don Rodrigo di turno, quelli che si sentono intoccabili, che si vendicano attraverso abusi di potere.

Non è un Paese civile quello in cui l’ espressione di dolore scomposta merita la ritorsione a mente lucida da chi sa di essere l’unico soggetto rappresentato, credibile agli occhi dell’opinione pubblica, forte del proprio ruolo, in un processo per direttissima, a puro scopo intimidatorio.

Ci sono vite in ballo, c’è una bambina. Non un fascicolo.

Per questo siamo ben felici di dare spazio alla risposta della donna che, fino a prova contraria, ha sempre agito in meglio per proteggere sua figlia.

Eccola:

Gentile redazione,
invio questa lettera di risposta all’articolo pubblicato in data 20 settembre 2018, a firma Sarah Crespi,  per quel diritto di contraddittorio e di replica riconosciuto a tutti.  Son certa che la notizia, vista la rapidità dei tempi sia potuta venire solo dalla diretta interessata e dagli avvocati che hanno deciso di querelarmi, perché in un lasso di tempo cosi ristretto non ci si ritrova iscritti nel registro degli indagati, cosa che invece non si può dire della controparte, della dottoressa Gabriella Marzorati, iscritta ad esso dal 2016.

Ritengo che, finalmente, sia  giunto  il momento per me di avere un contraddittorio alla pari .

Mi rivolgo alla giornalista, autrice dell’articolo, per ricordarle che il suo ordine si batte per evitare titoli e considerazioni che ingenerano equivoci e soprattutto che fanno  passare  le donne, che dicono basta alla violenza, come pazze e isteriche. Tengo tra l’altro a precisare che una lettera di denuncia, scritta a questo giornale, il 1 settembre, come controaltare su un articolo del giornalista Linari, del 30 agosto 2018, mai fu pubblicata. Casualmente forse. Parlava di rivittimizzazione secondaria. Una parola non sulla bocca di una invasata, ma ben nota alle circolari del Csm, ultima fra tutte, quella del 9 maggio 2018.

Vi invito, altresì, a correggere una grave menzogna, giammai mi sono recata davanti alla scuola  della figlia della  dott.ssa Marzorati, non sapendo peraltro neanche quale sia. Non ho tempo ed energie da perdere.

Una madre e una donna non si sveglia all’improvviso la mattina e decide di fare i nomi e cognomi di chi a tutti i costi vuole metterla a tacere, soprattutto conoscendo le logiche corporativistiche del sistema, che trita le donne facendole passare per folli sprovvedute e le logiche manipolative della stampa, in questo Paese molto più spesso zerbino del potere che servizio ai deboli. Sono anni infatti che molti genitori denunciano, anche sul territorio bustocco, le cattive prassi a danno di minori.

Questo articolo ha dimostrato ancora una volta che per attirare l’attenzione dei media occorre farsi denunciare e che l’unico modo per farsi ascoltare è fare nomi e cognomi, perché chiedere di essere ascoltati come vittime funziona solo per la Marzorati.

La “fanatica del web”  quella che “dopo la separazione dal marito si scatena su FB” è una donna che ha deciso di fare nomi e cognomi, dopo averlo comunque fatto nelle sedi opportune, perché ha ritenuto che questo  fosse l’unico modo per far venire fuori un percorso drammatico ed estenuante per la bambina e per se stessa, e per denunciare i soprusi di un perito che ha giocato con la loro vita.

Il fatto che io sia una pedagoga (pedagogista!) e che venga  riportato quasi come un minus ed in senso quasi dispregiativo, mi permette di fare una delle tante considerazioni che ribadirò nelle sedi opportune. Le vittime passano per carnefici grazie a informazioni manipolate e i carnefici provenienti dal potere vengono salvati come vittime da chi si fa ingannare dalle apparenze e non ha un briciolo di voglia di ascoltare.

‘’Qualcuno della Procura maggiore aveva coniato, fra l’ironico e il dispregiativo, il termine ‘ marianoidi’, per definire i metodi e i colleghi della Procura minore che non si capiva cosa stessero facendo in situazioni che si ritenevano di sola crisi familiare. La violenza veniva confusa con il conflitto. Operazione che, purtroppo, viene praticata ancora oggi, in uno dei tanti pregiudizi giudiziari che soffocano un intervento efficace’’.

Fabio Roia, Crimini contro il donne, pag. 18

Del resto si sa, le donne che denunciano violenza sono tali solo con un necrologio.

Dott.ssa Michela Diani

 

 

Lascia un commento