Di Maura Ricci, psicologa e psicoterapeuta.

Di Maura Ricci, psicologa e psicoterapeuta.

La “tenuta”resiliente è legata alla possibilità di riuscire a creare uno spazio mentale che accordi al bambino ferito  il non sentirsi più completamente prigioniero di una situazione senza via di uscita.

Un’adeguata resilienza è l’esito di un’armonica integrazione tra fattoti affettivi, emotivi soggettivi, relazionali e cognitivi . ( M.R.)

 

La resilienza può essere definita come una funzione psichica la cui plasticità fa sì che si modifichi nel tempo in concomitanza dei propri vissuti, della propria esperienza. E’ connessa all’evolversi dei meccanismi mentali che ad essa sottendono.  Una volta il concetto di resilienza non era molto noto ai più e, nonostante la sua derivazione dalla lingua latina, il termine si connota ancora come neologismo ma  è  parte di noi, è sempre esistita seppur non espressa con un termine unico. Si parlava  di capacità di risollevarsi, di riprendersi, di rincuorarsi per reagire alle molteplici avversità che fanno parte dell’esistenza umana. Si parlava di forza d’animo (1) riferendosi alla completezza e all’ampliamento di risposte positive che possono essere attivate quando si devono superare i momenti critici propri del nostro vivere. Questa modalità del “non mollare” , del “ricostruire” e dell’imparare dagli errori, è stata oggetto di numerosi studi fin dall’inizio della seconda metà del secolo scorso. A tutt’oggi, la questione è al centro dell’interesse dei ricercatori e dei clinici .  Negli ultimi decenni, la comunità scientifica  ha riconosciuto il suo valore  in quanto rappresentativo della capacità di riattivare i percorsi  evolutivi  dopo aver attraversato  avversità composite.  La   caratterizzazione resiliente,  ha consentito il suo affrancarsi dalla cornice teorica entro cui si collocava, per trasformarsi gradualmente in un modello da prendere  in considerazione, in termini concreti, nelle prassi di carattere preventivo, diagnostico e terapeutico, incidendo con efficacia sulle modalità operative di metodologia  per tutte quelle professioni che vengono a contatto con situazioni di crisi delle famiglie, o dei minori di età portatori di  vissuti traumatici. Si tratta di una competenza-chiave in itinere; essa è un  leit-motiv trasversale alle molteplici esperienze o eventi per trasformare le avversità in nuove sfide. Gli studi in tale ambito confermano la duttilità della mente umana, che non è propria soltanto dei primi anni di vita  poiché continua a modificarsi nei percorsi  propri dell’intero arco dell’esistenza  ponendo in rilievo come la sfera emozionale e le cognizioni possano progressivamente essere gestite per orientarsi verso l’ acquisizione  di nuove  consapevolezze e di nuovi itinerari da intraprendere. L’ unicità degli studi relativi al costrutto della resilienza  e l’insieme dei significati inglobati in tale scenario,  crea sintonia non soltanto con il lavoro genitoriale ma anche con tutti quei contesti altri dalla famiglia di origine  dove il bambino può riconoscerne le attinenze educative primarie. Ciò orienta la sua mente e le sue emozioni verso  percorrenze rassicuranti nell’impatto con l’esterno. A volte chi agisce un accompagnamento educativo resiliente  può distinguere con una certa prontezza quali siano  gli itinerari da promuovere,  altre volte si rende necessario un tempo maggiore per cogliere un appropriato schema di riferimento a misura di bambino.

Per dar completezza a tali concettualizzazioni è necessario rammentare come, a partire dagli anni ottanta, si sia finalmente dedicata un’ attenzione peculiare al sistema delle emozioni che, osservate sotto profili più ampi, non sono state più considerate come fragilità da evitare bensì come necessità di essere accolte ed ascoltate.  Si tratta di un valore aggiunto, che va a comporre nuove interrelazioni  in un congruo rapporto con la sfera cognitiva. Pertanto è fondamentale sottolineare come, nel promuovere la sistematicità resiliente, i modelli di pensiero, le capacità valutative, la percezione di sé, e le estrinsecazioni comportamentali, possano svilupparsi con un maggior senso di compiutezza.

Il dibattito, ai nostri giorni, è sufficientemente aperto tantoché nell’ambito della salute psichica e della tutela delle cure primarie,  gli interessi convergono   sul concetto di sinergia e  come  entità che abbracciano il sentimento e l’ intelletto.

Rimane tuttavia da considerare quanto sia necessario lavorare nei termini di praticabilità nei diversificati contesti ove si rende necessario un lavoro maggiormente impegnativo. In tali ambiti siamo ancora più vicini alla cornice teorica  del “sapere” che non è certamente sufficiente se non si affrontano i tracciati propri    del “saper fare” e del “saper essere”.  Nell’ espletamento di tale sistema di rapporti che si basano su un modello di pensiero meno dualistico (o/o) e più correlato all’entità (e/e), il costrutto resiliente si fa strada nell’esistenza del bambino inteso come Persona  amata e rispettata nonché confermata nel suo esserci . Se quanto appena espresso costituisce un punto di forza  è, a maggior ragione  importante prendere costantemente in considerazione le possibili forme di sostegno empatico rivolte all’adulto, a vantaggio di una crescita armonica dell’Infanzia. Coltivare una genitorialità sensibile, nei percorsi di crescita di un figlio, è rappresentativo di uno stato di consapevolezza necessaria al miglioramento della resilienza familiare.

Nell’ultimo decennio, la ricerca psicologica e pedagogica ha riconosciuto grande valore alla prospettiva della resilienza intesa come capacità di riprendere i percorsi proattivi dopo aver attraversato  avversità composite. Sulla stessa lunghezza d’onda, propria del lavoro genitoriale, l’obiettivo di sostenere e promuovere  i processi di un sereno sviluppo, all’interno delle cornici non solo familiari ma anche istituzionali, consentono di curare i passaggi evolutivo-ambientali non in maniera indolore ma con un carico di ansia certamente svigorito, sostituendo la confusività con la chiarezza e la vulnerabilità con  azioni efficaci e complete. E’nella prospettiva ecologica in cui la traiettoria resiliente si inserisce,che si  evidenzia come lo sviluppo umano debba essere concepito:  un processo di interazione reciproca, progressivamente più complessa tra l’organismo e l’ambiente. Un bambino e ciò che lo circonda: i legami della sua vita, sono forti, sono linfa essenziale per progredire. Vive entro la dimensione  del microsistema: la sua famiglia che lo sosterrà nell’attivare si  nuove esperienze a scuola e con il gruppo  dei pari.  Tale concetto risponde ai criteri di validità evolutiva  di Bronfenbrenner (2). Gli adattamenti per raggiungere tale validità possono essere facilitati dalle  metodologie educative, psicologiche e sociali ma anche da nuove ipotesi giuridiche nell’interesse superiore dei minori.

All’interno di questa cornice di riferimento, il tema della resilienza assume un significato primario.  Costituisce, in potenza, una  importante risorsa che, dà impulso all’insieme di abilità che consente all’infanzia  di resistere in maniera attiva allo stress.   Rappresenta una delle soluzioni maggiormente concretizzabili a livello di diffusione degli itinerari preventivi, non solo per le sue caratteristiche di sequenzialità ma per la ricchezza interiore che ne deriva.

Sulla stessa lunghezza d’onda il lavoro genitoriale  ha  l’obiettivo di sostenere e promuovere  i processi di una serena crescita,  curando i passaggi evolutivi e ambientali non in maniera indolore, ma certamente offrendo ad un figlio  un carico di apprensioni certamente  svigorite rispetto alle difficoltà che incontra, sostituendo il rischio di  confusività con la chiarezza, la vulnerabilità con le azioni proattive e soprattutto l’angoscia con una serenità nuovamente raggiungibile. Promuovere in maniera graduale e con impegno, la realizzazione di un sentimento di normalità  sentita come necessaria e quindi assolvente ai suoi bisogni,  significa accogliere nuovamente quei sani principi  che durante gli odierni tragitti sociali ed istituzionali   si sono, in buona parte persi di vista in questi ultimi decenni.  Si tratta del  primo passo per tentare di costruire nuove sfide.

 

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( 1 ) Oliverio Ferraris, A. (2003). La forza d’animo. Cos’è e come possiamo insegnarla a noi stessi e ai nostri figli. Milano: Rizzoli.

( 2 ) Bronfenbrenner, U. (1986). Ecologia dello Sviluppo Umano. Bologna: Il Mulino

 

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