Violenza sulle donne. Certo anche loro se la cercano

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  di Alessandro Costantini

Psicologo-Psicoterapeuta

“Ho giurato di non stare mai in silenzio, in qualunque luogo e in qualunque situazione in cui degli esseri umani siano costretti a subire sofferenze e umiliazioni. Dobbiamo sempre schierarci. La neutralità favorisce l’oppressore, mai la vittima.Il silenzio aiuta il carnefice, mai il torturato”.

                                                       Èlie Wiesel, Premio Nobel per la pace

Se state storcendo il naso per il titolo di questo articolo, sono contento, fate bene. Il titolo che ho scelto è volutamente provocatorio ed è un modo per attirare l’attenzione su un fenomeno che ormai tutti conosciamo, estremamente diffuso e che purtroppo non sembra diminuire, nonostante sensibilizzazioni, servizi e leggi ad hoc più o meno applicate.

I dati sono chiari e drammaticamente sconfortanti: in Italia (considerata a tutti gli effetti un paese “civile”) ogni due giorni e mezzo viene uccisa una donna per mano di un uomo; ogni 30 secondi una donna subisce violenza fisica o sessuale; circa ogni 8 minuti una donna viene stuprata o assalita per violenza sessuale / tentato stupro[1]; secondo le statistiche dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità il femminicidio, a livello mondiale, è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne nella fascia di età 14-50 anni[2].

Insomma, uccide più l’uomo (maschio dell’homo sapiens) delle malattie, delle guerre, delle catastrofi naturali e degli incidenti.

Si discute molto, giustamente, su prevenzione, informazione e sensibilizzazione su questo tema. Molti “esperti” provano anche a dare una chiave di lettura psicologica del fenomeno, ipotizzando caratteristiche di personalità della vittima e del carnefice. Rispetto al carnefice si parla spesso di “malato mentale”, di “narcisista maligno”, di “psicopatico”, di “maschilismo e patriarcato”. Senza entrare nel merito, sicuramente l’uomo che aggredisce e/o uccide una donna è un uomo che ha seri problemi, pericoloso e indubbiamente un criminale. Un criminale della peggior specie.

Ciò che però mi preme invece sottolineare in questa sede, è come si cerchi di delineare un quadro della donna-vittima troppo spesso errato, deleterio e sostanzialmente “contro la donna”.

Leggo e ascolto opinioni di esperti ed intellettuali che sottolineano la “responsabilità” della donna rispetto alle violenze che subisce. Si lascia intendere che l’uomo-carnefice ha indubbiamente le sue responsabilità, che però da sole non sarebbero in grado di portare alla violenza sulle donne. C’è sempre una buona percentuale di responsabilità della donna che contribuisce attivamente a far sì che la violenza venga perpetrata. Non di rado mi scontro con operatori del settore che a vario titolo si occupano di violenza sulle donne e che puntano loro il dito contro con domande del tipo “Ma non lo sapeva che suo marito è così?”, “E’ lei che se l’è sposato!”, “E allora perchè non lo denuncia?” oppure “Ma lei deve aver pur fatto qualcosa per provocarlo”, oppure ancora “Ma sa, si discute anche nelle migliori famiglie, bisogna comprendere e perdonare”.

Trovo questo atteggiamento molto pericoloso, diabolico, perverso. Ritengo, senza mezze misure, che la donna in questi casi sia sempre e solamente una vittima. Le sue responsabilità sono pari a zero. Semplicemente, è l’uomo che compie un gesto estremamente grave, che mai andrebbe compiuto e che certamente la donna vorrebbe non compisse mai.E’un atteggiamento tipico soprattutto di alcuni colleghi di matrice freudiana i quali, evidentemente ancora fissati all’idea dell’ “invidia del pene” nelle donne, scaricano sulla donna la responsabilità, o parte di essa, dei loro mali e delle loro sofferenze.

Certo, come Psicoterapeuta posso affermare che esistono indubbiamente dei meccanismi psichici profondi, delle dinamiche tendenzialmente inconsce che possono portare una donna a “ricercare” quel tipo specifico di uomo e ad avere difficoltà ad allontanarlo quando da questo stesso uomo riceve violenze fisiche e psicologiche. Spinte interiori che, allo stesso modo, impediscono alla donna di scegliere un uomo diverso, migliore, semplicemente un uomo vero. Affermo questo, perchè è chiaro che ogni comportamento umano non è casuale, ma risponde a motivazioni profonde e che è da queste sovra-determinato.

La nostra natura ci spinge verso la ricerca dell’amore e del benessere affettivo; quando questo non avviene, è evidente che qualcosa dentro di noi si è rotto e che questa rottura interiore ci spinga verso scelte “innaturali”, lontane dalla nostra normale ricerca di amore e serenità.

Voglio spiegare tali processi psichici ed emotivi alla base di questo comportamento e lo voglio fare rifacendomi al modello di Alice Miller, Psicoterapeuta che con i suoi preziosi  contributi ha fatto luce sul forte legame tra traumi infantili e problematiche emotive e relazionali adulte.

Per esperienza personale posso affermare che molte donne vittime di violenza hanno subito violenze dal padre quando erano piccole o hanno assistito a violenze domestiche. Sono dunque donne che hanno in qualche modo “appreso” una modalità relazionale violenta, di coppia e familiare e che automaticamente ricercano poi nel partner una volta adulte. Non è una colpa, non c’è responsabilità in questo, semplicemente si ricerca e si ricrea quell’unica vita di coppia che conosciamo e che ci è stato permesso di sperimentare. Si tratta di un’ “identificazione” con quel modello relazionale appreso.

Fortunatamente non tutte le donne cresciute in un contesto familiare violento rimettono in atto le stesse dinamiche, anzi spesso si crea una sorta di “contro-identificazione” con quel modello malato e si fanno scelte diametralmente opposte a quelle sperimentate nella propria infanzia e adolescenza. Si tratta in questo caso di donne con una particolare “resilienza” e che spesso hanno avuto la fortuna di sperimentare, accanto a modelli genitoriali malati, anche riferimenti positivi attraverso quelle figure che Alice Miller[3] definisce “testimoni soccorrevoli”: adulti di riferimento che, più o meno consapevolmente, le hanno aiutate, facendo da “filtro” alle scorie accumulate in casa e proponendo una forma di relazione e di affettività più sana. Purtroppo, come sappiamo, molto spesso questo non avviene: la figlia è sola, le violenze sono gravi, frequenti e nessuno interviene.

Bene, qualcuno potrebbe allora obiettare che queste scelte sbagliate della donna rappresentano appunto delle sue responsabilità, dal momento che “è lei a scegliere”. In realtà, in questi casi la donna non ha scelta. Non è lei a decidere di soffrire accanto ad un uomo violento, ma è il suo Falso Sé[4] che decide per lei: da bambina sono stata vittima di queste violenze, non ho sperimentato altre modalità relazionali, ho memorizzato questo ritenendo che siano le uniche scelte possibili e crescendo, seppur inconsapevolmente, le rimetto in atto.Alice Miller[5] parla di un vero e proprio “mettere in scena” nel presente, dinamiche, ruoli, emozioni, fantasie e comportamenti che altro non sono che lo specchio dei propri vissuti infantili e del contesto familiare in cui siamo cresciuti quando eravamo bambini. Non è dunque una scelta consapevole, responsabile, ma inconsapevole. Se parlate con una donna vittima di violenza di genere, non vi dirà mai che il partner non la ama, ma dirà di lui che “ha un brutto carattere, ma a modo suo mi ama”. Se le chiedete cosa pensa delle violenze che subisce, vi dirà che “non sono così gravi, che in qualche modo se le è cercate, che anche lei lo ha “provocato”. Se le fate presente la forte correlazione tra la sua storia di coppia attuale e quella dei suoi genitori, e tra il suo ruolo di donna oggi e quello della madre ieri, rimarrà sorpresa, non ci aveva mai pensato e comunque non crederà, inizialmente, che possa esserci un legame tra le due cose.

Donne dunque vittime di una “cecità emotiva”[6] che impedisce loro di vedere la verità delle proprie emozioni e della loro storia affettiva di ieri e di oggi.

Vogliamo chiamare tutto ciò responsabilità? Io dico ancora di no. Dico di chiamarlo ancora “essere vittime”. Vittime tre volte: oggi del partner violento, ieri vittime della violenza domestica ed oggi ancora vittime dell’incapacità di amarsi, di sentirsi meritevole di amore e di fare scelte giuste per il proprio bene e nel rispetto di se stesse.

E troppo spesso, vittime addirittura una quarta volta: vittime di una giustizia che non le tutela fino in fondo, ma soprattutto di una cultura a monte che continua a minimizzare il problema e ad addossare responsabilità anche alla vittima. Questo atteggiamento “trattenuto” e in qualche modo “collusivo” della società con chi commette violenza sulle donne, vale anche per quelle tristi considerazioni che si fanno quando una donna viene stuprata: come era vestita? Beh, con la gonna è chiaro che attiri gli sguardi degli uomini! Ma non è il sesso ciò che cercava? In realtà attraverso la propria femminilità la donna cerca semplicemente di sentirsi bene con se stessa; il curare la propria persona ed il proprio abbigliamento ha origine in un suo naturale desiderio di sentirsi bene con se stessa, apprezzata, finanche corteggiata. Ma spetta a lei decidere se poi andare oltre. Di certo l’uomo non è autorizzato ad abusare del suo corpo.

In alcune situazioni la donna vittima di violenza di genere potrebbe anche non aver vissuto direttamente violenze domestiche nella sua famiglia di origine. Sicuramente, però, nella sua famiglia è venuto a mancare quel sostegno, quella protezione, quell’amore che i genitori dovrebbero trasmettere ai propri figli. Questa mancanza fa sì che si sviluppi nella persona una bassa autostima, un sentimento di non valore, sensi di colpa e una ricerca di affetto talmente forte da portare ad elemosinare amore finanche a vedere amore dove amore non c’è.

Altre due analisi sono a mio avviso da fare. La prima è relativa alla cosiddetta “sindrome della crocerossina” o dell’ “io ti salverò” che molto spesso è evidente nelle donna vittima di violenza. La donna è convinta di poter cambiare, con il suo impegno, con il suo amore e con tanta pazienza e spirito di sopportazione, la personalità e il comportamento del suo uomo. Questo evidentemente non sarà mai possibile, perchè il soggetto in questione non può assolutamente cambiare con l’amore del partner. Questa tipologia di uomo, anzi, si “nutre” letteralmente dell’affetto, della disponibilità e della passività dell’altra. Il suo è un vero e proprio “terrorismo psicologico” che attanaglia la sua preda, la minaccia, la rende schiava della sua stessa paura. E’ per questo che troppo spesso le donne non denunciano, perchè hanno paura delle gravi conseguenze che il carnefice minaccia. E’ importante dunque che la donna venga sostenuta, che non si senta più sola, che rompa le catene del silenzio e della paura, che trovi il coraggio e la forza per reagire. Il “terrorista” si sconfigge solamente difendendosi e contrattaccando. La nostra debolezza è la sua forza. La nostra forza è la sua debolezza.

Alice Miller parla in questo senso di “bambino dotato”[7]: il bambino che reprime e rimuove i propri bisogni e le proprie emozioni più autentiche per venire incontro e per sopperire alle mancanze dei genitori. Genitori che verranno sempre difesi dal bambino, mai colpevolizzati o messi in discussione. L’unico ad addossarsi tutte le colpe del comportamento genitoriale è il bambino, che pensa di meritare tutto ciò e dunque di non meritare amore. Questo bambino cercherà di elemosinare amore soddisfacendo i bisogni inconsci dei genitori, mettendosi da parte e divenendo un bambino perfetto che sostanzialmente “fa da genitore al genitore”. Questi vissuti, una volta adulto, continueranno a lavorare a livello profondo, portando la persona a fare scelte in sintonia non con chi è realmente (il suo Vero Sé), ma con l’immagine negativa e sprezzante che le fu rimandata in passato e che oggi è parte integrante di sé. La donna vittima di violenza cercherà dunque di “riparare” i guasti del suo partner, prostrandosi, annullandosi, con l’unico intento di portare avanti la sua missione. Questo, oggi, le confermerà l’immagine negativa di sé, della donna che deve espiare colpe mettendo la sua vita a disposizione dell’altro.

L’altra analisi riguarda il rapporto cosiddetto di “co-dipendenza”, un tipo di rapporto che è facile riscontrare nella dinamica vittima/carnefice. Ci si incastra, ci si sceglie, ma il tutto avviene in modo inconsapevole. A livello consapevole crediamo di amare quella persona e di essere felici con lei, ma a livello profondo accade che la parte aggressiva, sadica, violenta dell’aggressore va a colludere, ad incastrarsi in modo perfetto con la parte fragile, impaurita, masochistica della vittima. Detto in modo più specifico, trattasi di un rapporto di coppia di tipo “sado-masochistico”: l’uomo che ha necessità di distruggere trova terreno fertile nella donna che (ripeto, a livello inconscio) vuole essere distrutta. Distrutta, perchè questo è ciò che nell’infanzia le è stato fatto e ciò che oggi pensa di meritare. Una forma molto sottile ma molto potente per auto-punirsi. La donna non è responsabile di questo suo vissuto profondo di cui non ha consapevolezza. I responsabili sono coloro i quali ferirono l’anima di quella piccola creatura, oggi ancora intrappolata in una ricerca d’amore indirizzata proprio a quell’uomo sbagliato che amore non è in grado di dare

La donna è dunque sempre vittima e non va confusa mai con una “vittimista”; certe violenze e atrocità non “se le va a cercare perchè le piacciono” e la sua sofferenza è assolutamente reale. Anzi, abbiamo visto, molto spesso è la donna stessa che non si sente vittima, che minimizza le violenze e cerca di comprendere e perdonare l’uomo che le fa del male. I motivi che la spingono a non reagire alle vioenze subite sono quelli di cui sopra e mai assolutamente dovuti ad una sua naturale, sana e libera scelta.  Si potrebbe pensare che, rimandando alla donna la sua condizione di vittima, questa possa in qualche modo “adagiarsi”, sentirsi impotente e per questo non sentire dentro di sé il desiderio e il coraggio per cambiare. In realtà accade esattamente il contrario: una donna ascoltata, compresa, alla quale viene data fiducia e con la quale si empatizza, si sentirà subito sollevata, non più sola; non crederà più di essere una visionaria che accentua il proprio disagio e la propria condizione, ma inizierà a vedere se stessa, l’altro e tutto l’orrore da cui è circondata per quello che realmente è. E questo sarà il primo vero grande passo verso il cambiamento.

Certamente dunque questa donna va aiutata. Ma come? Rivolgendosi a servizi e professionisti che non minimizzino il problema, né responsabilizzino la donna. Molti chiedono perchè la donna non denuncia. Il motivo è molto semplice: se fosse in grado di farlo avrebbe già risolto il problema da sola. Credo che la donna vittima di violenza debba poter vedere sul viso del professionista a cui sta raccontando la sua storia, una sincera indignazione, una autentica empatia, fiducia, coraggio e alleanza. Se questo non avviene, se l’interlocutore rimane freddo, distaccato, se non si fida, se minimizza, se parla di perdono, o se anche solo ipotizza una responsabilità della donna rispetto alle violenze da questa subite beh, allora non avete davanti la persona che fa per voi. Questa persona sarà solamente in grado di darvi l’ultima spinta sul bordo del precipizio sul quale già siete. Alice Miller conia il concetto di “testimone consapevole”[8] per indicare una persona (nello specifico uno Psicoterapeuta, ma ritengo si possa estendere il concetto ad ogni relazione di aiuto) che è ben consapevole del disagio della persona, che ne conosce le origini e le sottili dinamiche e che evidentemente ha già vissuto, analizzato ed elaborato le proprie antiche sofferenze. Tale preziosa consapevolezza personale porta l’operatore ad essere testimone e, sempre nelle parole della Miller, “avvocato difensore” che si schiera totalmente senza se e senza ma dalla parte della donna vittima di violenza di genere.

Sicuramente dunque bisogna denunciare, ma se non si è ancora pronti bisogna lavorare tanto sulle dinamiche emotive e relazionali di cui sopra. Anche dopo la denuncia è fondamentale un percorso di sostegno psicologico, per non far sentire sola la donna, per farle comprendere che ha fatto la cosa giusta, che merita di riappropriarsi della parte meravigliosa di sé che per troppo tempo è rimasta imbavagliata.

E’ fondamentale farle capire anche che il cosiddetto “amore” del suo uomo in realtà amore non è. L’amore è un’altra cosa. L’amore è quello, io credo, che E. Fromm[9] descrive con quattro fondamentali caratteristiche: premura, responsabilità, rispetto e conoscenza. L’amore dell’uomo che vi ha privato di tutto non ha neanche lontanamente una di queste caratteristiche.

Ci potrebbe volere del tempo, soprattutto quando la donna vittima di violenza di genere non chiede espressamente aiuto e le persone intorno a lei cercano di spronarla a farlo.

In conclusione, una donna che chiede aiuto va aiutata. Una donna che ha bisogno di aiuto e non lo chiede, va aiutata due volte.

 

Note bibliografiche

[1]Creazzo Giuditta (2011),  Gender Based Violence: Le violenze maschili contro le donne. Dati nazionali e Internazionali, Bologna: Presidenza Fondazione del Monte.

2 www.who.int

3 Miller A. (1988), La chiave accantonata (tr. it.), Milano, Garzanti, 1993.

4 Miller A. (1979), Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé (tr.it.), Torino, Bollato Boringhieri, 2002.

5Miller A. (1981), Il bambino inascoltato. Realtà infantile e dogma psicoanalitico (tr. it.), Torino, Bollati Boringhieri,   2004.

6Miller A. (2002), Il risveglio di Eva. Come superare la cecità emotiva, Milano, Raffaello Cortina.

7Miller A., Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé, cit.

8Miller A. (2005), La rivolta del corpo. I danni di un’educazione violenta, Milano, Raffaello Cortina.

9Fromm E. (1957), L’arte di amare (tr.it.), Milano, Mondadori, 1986.

 

 

 

 

 

 

 

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